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lunedì 25 novembre 2019

Quando le relazioni familiari diventano violenza: un’epidemia sociale sottovalutata

a cura di G. Roberto Troisi, didatta CSAPR



Da circa vent’anni, insieme a varie colleghe, opero all’interno di un servizio di volontariato, il Centro di Aiuto Psicologico della Misericordia di Prato, che, grazie alla presenza di questi volontari e dei tirocinanti che frequentano il CSAPR1 di Prato, offre un servizio di assistenza alle famiglie con problematiche connesse alla sofferenza in famiglia e alla violenza intrafamiliare.
Il fenomeno della violenza intrafamiliare è estremamente diffuso: tra il 2009 e il 2014 2[1] l’Istat stima in 427.000 i bambini che hanno assistito a scene di violenza familiare grave. Solo nel 2017 ci sono state 123 morti. Sempre l’Istat calcola in 6 milioni e 788 mila le donne che hanno vissuto una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Oltre la metà delle donne con figli che hanno subito violenza dichiarano che questi hanno assistito a tale violenza. Stiamo parlando di un numero enorme di donne e bambini che hanno avuto (ed hanno) contatto continuo con situazioni traumatiche e che hanno sviluppato (e continuano a sviluppare, anche se in modi non sempre visibili), conseguenze gravi o gravissime sulla loro salute mentale.
In tutto questa enorme tragedia cosa possono fare gli psicoterapeuti?
Nel corso degli ultimi dieci anni ci siamo posti al servizio delle vittime collaborando con servizi dedicati, come il Centro Antiviolenza Femminile di Prato (CAV La Nara), integrando il loro intervento a carattere legale e di assistenza psicosociale, con il nostro intervento a carattere più strettamente psicologico familiare e psicoterapeutico.
Questo ci ha permesso di notare l’estrema difficoltà ad affrontare il complesso tema delle conseguenze della violenza intrafamiliare, subita direttamente o assistita, sui vari membri della famiglia e gli apparenti paradossi che questo genere di situazioni viene a creare.
Curiosamente una tematica così direttamente connessa alle relazioni familiari presenti e passate non sempre riceve un’attenzione orientata alla complessità del fenomeno stesso, anche a causa delle continue emergenze che genera, mettendo gli operatori in una situazioni di gestione costante della crisi.
Da questo punto di vista poter osservare con un’ottica relazionale i vari livelli di complessità, avendo la possibilità di stare in una posizione più esterna alla condizione di emergenza, ci ha permesso di notare alcune caratteristiche peculiari:
  • la grande difficoltà a chiedere aiuto psicologico da parte delle vittime (anche quando questo viene offerto e costruito con operatori amici);
  • la difficoltà a mantenere una frequenza costante del percorso psicologico o psicoterapeutico quando avviato;
  • la difficoltà a esprimere alcune emozioni, come la vergogna, che possono spingere a sottostimare la pericolosità della situazione fino a ritirare la denuncia;
  • la costanza di fattori di rischio nelle storie sia delle vittime che degli aggressori, uniti da incastri di coppia perversi (storie di violenze familiari assistite o subite);
  • l’estrema confusione con cui queste persone arrivano a fare una richiesta, coinvolgendo in questo anche gli invianti stessi.

Quando abbiamo potuto seguire anche degli “uomini maltrattanti”, partner che si sono presentati spontaneamente perché impauriti dalle proprie reazioni violente (o dalla fantasia di compiere azioni violente contro sé e i propri familiari), abbiamo potuto raccogliere storie di bambini fortemente maltrattati, ma l’accesso a queste storie è quasi sempre estremamente difficile; la prima reazione infatti è quella di negare o sottovalutare le loro origini familiari. A tale schema talvolta colludono anche operatori del settore che, riguardo i maltrattanti, negano la presenza delle infanzie infelici.
La mancanza di ascolto di queste storie, il sentirsi trascurati emotivamente, la confusione degli stili di attaccamento (a. ambivalente o a. confuso), la mancanza del senso di protezione (solo per accennare ad alcune gravi ferite emotive) portano spesso a isolamento, dissociazione e chiusura emotiva.
Questa esperienza mi ha indotto a interessarmi con maggior attenzione al fenomeno della cura delle persone vittime di situazioni traumatiche intrafamiliari.
Lavorare con le vittime significa lavorare con l’intero contesto di crisi, sia attuale sia quello presente nella loro storia; significa dedicare più tempo a instaurare la fiducia che va conquistata un pezzo alla volta; significa non dare mai per scontato che offrire aiuto sia visto come un sollievo ma, talvolta, può riattivare il senso di vergogna e quindi la diffidenza verso la mano che si sta allungando.
In tutto questo, purtroppo, gli stereotipi e i pregiudizi diffusi sui social media sono un forte ostacolo e credo sia importante che gli operatori sociali contribuiscano a superarli, contrastandoli in tutti i modi.
Ci consolano i risultati (ancora troppo pochi) che stiamo ottenendo con le persone che seguiamo e l’ampliamento graduale della rete di collaborazione.
Un storia alla volta!

1 Centro Studi Applicazione Psicoterapia Relazionale Prato

giovedì 12 luglio 2018

Le Avventure del Barone di Münchausen


Di Lucia Bilanci, psicologa psicoterapeuta. 


E’ estate, tempo di vacanze e di otium. Per me indica il momento in cui parto alla scoperta o riscoperta di libri da portarmi dietro. Si guarda in casa, si cerca in libreria. “Ma guarda, è un po’ che non lo leggo” mi dico trovandomi tra le mani un libretto leggero, almeno come peso, che da tempo avevo dimenticato di possedere. Si tratta de Le Avventure del Barone di Münchausen di Gottfried August Bürger. Lo prendo o lo lascio? Nel dubbio, mi arriva un suggerimento:
“Ho letto questo libro almeno quattro o cinque volte... E’ stato un incontro fortunato e a distanza di anni ogni volta che lo rileggo continua a mandarmi messaggi nuovi. L’approccio interdisciplinare ci rimanda contributi che vanno dalla psicoterapia, alla filosofia, alla psichiatria, ala cibernetica. Il filo rosso del libro è il cambio di prospettiva, è la ricerca basata sul riconoscere nel “qui ed ora” le configurazioni ed interazioni che producono e mantengono i problemi, abbandonando la strada della domanda “Perché” e quindi di cause determinanti nel passato delle persone, sostituendo invece questa domanda con una più costruttiva attenzione alle dinamiche ed ai contesti relazionali attuali”. La voce è quella di Paul Watzlawick, uno dei padri fondatori dell’approccio sistemico – relazionale, che allo stravagante barone ha dedicato il libro Il codino del barone di Münchausen. Ovvero Psicoterapia e “verità” edito in Italia da Feltrinelli.
La sua voce mi è sempre grata perché se sono approdata al Centro Studi e Applicazione della Psicoterapia Relazionale, lo devo anche alla lettura peraltro casuale di uno dei suoi bestseller. Di tante decisioni prese nella vita, professionale e non, quella di entrare nella scuola di Prato è stata una delle più felici e soddisfacenti, tanto che il legame si è mantenuto, anzi è andato rinsaldandosi con il tempo.
Allora via, portiamocelo dietro il libretto, visto che i consigli di Watzlawick mi portano bene; certo troverò nuovi spunti per le psicoterapie, mi sono detta, ma non immaginavo che si arrivasse ad offrire suggerimenti per migliorare anche l’autostima. Quando cade in una fossa piena di melma insieme al cavallo ed è lì lì per affogare, il nostro barone non si perde d’animo ma riesce, attaccandosi al proprio codino, a saltare fuori e galoppare via, sporco ma illeso. In fondo qui si parla anche di autostima, sebbene in maniera allegorica e certo sopra le righe. Dal racconto si evince che la percezione del proprio valore, sebbene si sviluppi durante la crescita, attraverso le esperienze di vita, i successi ed i fallimenti, le ripulse ed i consensi, per raggiungere adeguati livelli deve poggiare su una identità solida tale da potersi inserire in un contesto narrativo dai confini più ampi del piccolo orizzonte personale. Ed anche questa è psicoterapia.
Pur rimanendo dubbiosa che, se fossi io a trovarmi con un leone infuriato davanti ed un coccodrillo famelico dietro, un fiume impetuoso a sinistra ed un baratro pieno di serpenti velenosi a destra, riuscirei a cavarmela, mi dà una certa consolazione il pensiero che i miei maestri, presenti e virtuali, ce l’hanno messa tutta per darmi gli strumenti per farlo, anche con i compiti per le vacanze.

giovedì 22 marzo 2018

Infanzia e approccio sistemico relazionale.


di Letizia Tinacci, psicologa psicoterapeuta. 


Il settore dove ho applicato i miei primi rudimenti di psicologia relazionale è stato il mondo dell’infanzia. All'inizio della specializzazione presso il C.S.A.P.R, infatti, gestivo, con la cooperativa che avevo fondato, spazi gioco e ludoteche per conto di enti pubblici. 
Ogni pomeriggio accoglievo una ventina di bambini 0-3 anni, con le loro famiglie; ogni pomeriggio, dovevo avere chiari gli obbiettivi del servizio, ascoltare i bisogni dei piccoli e degli adulti che li accompagnavano, gestire le dinamiche di gruppo, quelle con i colleghi e quelle con i committenti. E’ stata la palestra relazionale più importante della mia vita, una “doccia fredda sistemica” che mi ha obbligato a tener conto di tutti, escludendo per necessità ( e magari neanche con tanta consapevolezza!) una visione lineare della realtà, che mi avrebbe suggerito una relazione esclusiva con i bambini, tralasciando le altre preziosissime parti in gioco.
Successivamente ho avuto un incarico di psicologa al Centro Affidi..stavolta potevo appoggiarmi alla pregressa esperienza, ma la posta in gioco era ancora più alta ed il livello di complessità era maggiore. L’obbiettivo era il benessere del minore e proprio per questo non potevo prescindere dalla rete di relazioni significative a cui apparteneva: la famiglia d’origine e quella affidataria, il suo contesto scolastico e sociale, i Servizi di riferimento.
In parallelo non potevo perdere di vista me stessa, la relazione con il bambino, quelle con i colleghi e con i miei committenti, le aspettative legate al ruolo.
 Di nuovo la psicologia relazionale si é rivelata preziosa: al passo con i cambiamenti repentini di questo momento storico e con la necessità di adattarsi ai diversi contesti, relativamente breve e molto efficace anche su un piano concreto.
Da allora non ne faccio più a meno, sono una "relazionale-addict " convinta!

lunedì 19 febbraio 2018

Kurt Cobain: storia della voce di un’infanzia infelice

di Giuseppe Roberto Troisi, psicologo psicoterapeuta. 


Un Bambino vivace
20 febbraio 1967 ad Aberdeen (stato di Washington -USA). Kurt Cobain nasce in pieno boom economico in una cittadina in crescita nell’industria del legname, nel profondo nord della costa del pacifico. La madre riferisce di essersi sposata senza particolare convinzione, giusto per “lasciarsi i problemi alle spalle!”. Kurt è il primo figlio, nonché primo nipote della sua famiglia: “era un bambino magnetico” dice orgogliosa la mamma.
In effetti i video amatoriali della prima infanzia di Kurt mostrano un bel bambino vivace e intelligente. Ama disegnare e i suoi disegni sono formalmente corretti e adeguati alla sua età, vivaci nei colori. Sapeva intere battute della sua trasmissione preferita. Insomma un quadro ben lontano da quella di un bambino con Disturbo da Deficit dell’Attenzione.
La madre intende fare un altro figlio e pensa che “deve far calmare un po’ questo bambino”. Così lo porta dal pediatra il quale lo sottopone al “test dei movimenti oculari” con la torcia e dichiara: abbiamo un problema!” e prescrive il Ritalin al piccolo Kurt.

Il Ritalin: una pillola per ogni problema
Si rimane sgomenti ad ascoltare una descrizione così infelice di una “diagnosi” complessa e pesante e la facilità con cui viene somministrato uno psicofarmaco tanto potente in età pediatrica.
La madre descrive il piccolo come “impazzito” ogni volta che la sera gli somministrava il farmaco, in realtà un potente eccitante. Quanto questo possa aver influito sulla vita di questo bambino non lo possiamo sapere. Tuttavia, in un’intervista Kurt dichiara che con quell’esperienza ha imparato che le emozioni potevano essere regolate con i farmaci e che quindi tanto valeva prendere l’antidolorifico più potente e divertente: l’eroina! Questa sarà la sua compagna per il resto della sua vita.
Nessuno invece sembra interessarsi dello sviluppo di questo intelligente e bel bambino: “Il padre prendeva in giro e umiliava il figlio!” dice la madre. Intervistato a sua volta, questi ammette di aver fatto molti sbagli col figlio. Una delle prime frasi che Kurt scrive sul muro di casa è "my mum hates my dad and my dad hates my mum”. All’età di 9 anni la mamma decide di divorziare!

Senza famiglia: vivere la solitudine
La reazione di Kurt è di ribellarsi: la madre contrasta il figlio finché un giorno decide di portarlo dal padre. Nessuna domanda sulla sua ribellione, sofferenza o necessità di dare un senso a questa esperienza. Come un pacchetto viene “lasciato” (“scaricato” dirà lui in seguito) dal padre che, nel frattempo, dopo aver promesso di stare sempre solo con lui, si era risposato con una donna madre di altri figli. Un’altra delusione. Nella famiglia ricomposta, Kurt non riesce a trovare un proprio spazio. La sua ribellione continua inascoltata finché inizia a richiudersi nella propria stanza, in compagnia della sola chitarra.
Inizia un periodo in cui Kurt gira da una casa all’altra: nonni, zii, di nuovo il padre, poi la madre “dopo un paio di settimane tutti volevano cacciarlo!” dichiarerà la compagna del padre, poi aggiunge: “in realtà lui sembrava volere solo la madre!”
I suoi diari con scritti e disegni sono estremamente chiari su questa sua sofferenza. Kurt sente che tutta la famiglia lo rifiuta. A 14 anni il padre definitivamente “lo scarica davanti casa della madre” (parole di Kurt). In quel periodo inizia a consumare marijuana grazie alla quale “si interrompono le sue crisi di nervi!”
Kurt definisce quel periodo “il culmine dell’abuso mentale da parte di mia madre”.


Scacciare il dolore del trauma
Insieme agli amici inizia a fare consumo di superalcolici. Compaiono i pensieri suicidi. Un episodio sembra cruciale ed emblematico: Kurt insieme agli amici frequentava una ragazza con un ritardo mentale a cui rubavano gli alcolici. Un giorno va da lei e le propone di fare sesso, lei inizia a spogliarsi e lui le chiede se lo aveva già fatto. “Si, numerose volte con mio cugino!”
L’ammissione della ragazza lo fa stare male: sente l’odore della sua pelle e “della sua vagina” e scappa da quella casa. Tuttavia nei giorni successivi gli amici iniziano a far girare pettegolezzi su di lui e questa ragazzina e diventa oggetto di scherno e umiliazione. Deluso da tutti si siede sui binari del treno delle 23 aspettando di morire; fortunatamente sbaglia binario e il treno passa accanto (Kurt sostiene che il treno aveva preso uno scambio diverso dal solito). Lo usa come momento per cercare di rimettersi in piedi anche se il suo senso di odio, vergogna e solitudine non si placa, inascoltato. “Ero introverso, solitario” “Mi sentivo così diverso e folle che la gente mi evitava!” scrive.


Dal Punk-Rock al Grunge: esprimere le emozioni con la musica
E’ così che incontra il punk-rock che riesce a interpretare, raccontare ed esprimere i suoi sentimenti inespressi. Mette su una band e suonavano tutti i giorni un paio d’ore dovunque capitava, anche in piccoli garage, come dichiara Krist Novoselic, amico e compagno di band.
In una di questi “concerti” incontra Tracy Marander che se ne innamora e lei lo “alleva” come fidanzato e come figlio. Diventa un punto di riferimento, una risorsa emotiva e relazionale. Crede in lui e gli fornisce calore, una casa e fiducia nelle sue possibilità musicali: “Non aveva difficoltà ad accettare l’amore, ma aveva paura di restare ferito!”
Queste brevi frasi sembrano dirci più del DSM 5 (manuale di psichiatria): odio, vergogna, paura sembrano essere le emozioni chiave per descrivere la vita emotiva del giovane Kurt.
La parola vergogna (shame) ricorre spesso nelle sue canzoni insieme a paura (scare) come nel pezzo "Floyd the barber"

Dice Loredana Lubrano (cantante e vocal coatch) riguardo la modalità di emissione nella parola “Shame” di questa canzone: “Ogni ‘messa in voce’ sembra che parta come un sospiro e poi si evolve in un lungo urlo squarciante. C’è una drammaticità viscerale in ogni “Shame”: sembra infatti che questa parola diventi urlo solo dopo aver attraversato tutto il corpo, partendo dalle viscere fino all’apparato vocale. Dal respiro all’urlo. La costrizione che l’aria incontra in laringe e nel vocal tract sembra non muti mai ad ogni ripetizione del testo, nel rispetto e nella coerenza con il suo significato e cioè quello della “vergogna”.
Anche nei suoi diari la rabbia esplosiva e splatter emerge in modo imponente, così come alcuni tratti persecutori, per esempio i riferimenti a neonati che diventano assassini dei genitori: “your parents are afraid of you”. Non a caso nella copertina di “Nevermind” compare un neonato immerso nell’acqua. L’ossessione per la nascita ritorna nuovamente con il titolo del terzo album “In Utero”.
Colpiscono alcune frasi sul suo diario scritte in modo estremamente meticoloso e chiaro, al contrario di altre parti completamente caotiche:
  • il punk rock significa libertà
  • sono pienamente cosciente della sincerità della mia voce
  • amo i miei genitori ma non accetto ciò che essi rappresentano
  • le mie emozioni sono influenzate dalla musica
  • uso pezzi della personalità degli altri per formare la mia
  • sono minacciato dal ridicolo

“Sono pienamente cosciente della sincerità della mia voce!”: ascoltare il trauma
Come non concordare con questa breve ma definitiva affermazione: Cobain suona e canta e quando canta usa tutto il corpo per esprimere un disagio antico e inascoltato, che oggi potremmo definire “disturbo traumatico dello sviluppo” (Van der Kolk, 2015).
Storie infantili con uno sviluppo traumatico interferiscono con le funzioni integratrici di memoria e coscienza per arrivare a manifestare sintomi dissociativi (Liotti e Farina, 2011).
L’aver subito, durante l’infanzia, esperienze relazionali traumatiche altera la formazione dei neuroni specchio; ciò significa alterare la capacità d’integrazione interpersonale, ovvero, le sue capacità di vivere le relazioni in modo stabile e continuativo.
Le esperienze di insicurezza, umiliazione, oscillazione dell’umore da parte della persona di attaccamento primario (la madre e il padre) tendono a sviluppare il cosiddetto “atteggiamento conservativo”, cioè la tendenza a interpretare le situazioni neutre come situazioni potenzialmente pericolose da cui bisogna difendersi. In qualsiasi modo. Magari con delle pistole come in “Come as you are” dove il ritornello “memoria, memoria, memoria” sembra alludere a qualcosa che non si riesce a dimenticare e che ritorna continuamente alla mente, nonostante gli sforzi per farlo (il flashback).

Le memorie traumatiche infatti restano come congelate, impossibili da integrare. La Teoria polivagale di Porges spiega come i traumi ripetuti, la presenza costante della minaccia di abbandono, attiva continuamente i sistemi dei gangli di base connessi alle reazioni del sistema nervoso autonomo e questa iperattivazione continua impedisce, di fatto, l’integrazione delle relazioni, delle immagini e dei ricordi; questi riemergono così sotto forma di sensazioni corporee, suoni, movimenti e immagini intrusive, impossibili da controllare.
La vita rimane scissa, divisa fra la parte che tenta di adattarsi e andare avanti e quella terrorizzata, minacciata, inadeguata, che cerca solo di proteggersi con l’attacco, la fuga o il congelamento. Quando lo stimolo esterno o interno riattiva il senso di minaccia il corpo si dissocia.

La voce del trauma
Cosa possiamo trovare di tutto questo nella voce e nella musica dei Nirvana, ovvero di Kurt Cobain? Come definire il Grunge?
“I brani sono spesso inizialmente oscuri, ipnotici, fatti di strofe dove la voce appare sofferta, per poi sfociare in rabbiosi ritornelli urlati. La tradizionale forma-canzone "strofa-ritornello-strofa" (tra l'altro omaggiata/criticata spesso dal leader dei Nirvana Kurt Cobain) è assunta a schema privilegiato di un genere che punta direttamente al sodo, eliminando troppi fronzoli e tecnicismi.” (tratto da wikipedia)
Osservare i concerti dei Nirvana significa osservare salti continui, sul piano musicale e vocale. Le chitarre spezzate si accompagnano a momenti quasi intimistici. Dove sta il ragazzo timido, osservando la star che suona in modo energico, intrattenendo folle di adolescenti che si spingono e saltano uno addosso all’altro?
C’è una famosa scena, che non a caso apre il bellissimo docufilm “Cobain” diretto da Brett Morgen, in cui Kurt sale sul palco spinto su una carrozzella, si alza e poi casca, come se veramente fosse un paraplegico e rimane disteso come morto. L’inquadratura dall’alto lo mostra come il cadavere nella scena di un delitto.

La vergogna e l’odio sembrano le emozioni che accompagnano costantemente l’infanzia e l’adolescenza di Kurt.
Il Trauma Complesso comporta una continua oscillazione fra il tentativo di nascondere i (presunti) motivi di cui ci si vergogna e la difficoltà a credere nelle proprie risorse anche quando queste sono presenti e palesi.
La sorella dichiara: “Il cervello di Kurt era sempre in funzione. Pensava sempre a qualcosa.”
La mamma: “Forse faceva fatica ad accettare i complimenti”; “il suo obiettivo era essere il più perfetto possibile”, in tutto. Un perfezionista deluso di sè stesso, alla ricerca di accettazione ma diffidente verso l’accoglienza e l’amore (come accadrà con la moglie).
La madre di Kurt fu profetica quando, dopo aver sentito il master di “nervermind”, avverte il figlio: “mettiti le cinture perché tu non sei pronto a questo”, alludendo che la genialità del musicista non era supportata dalla capacità emotiva di sostenerla.
La breve ma intensissima storia d’amore con Courtney Love, di cui nel film sono presenti numerosi video familiari, esprime bene questa difficoltà nel reggere la stabilità relazionale, in un vissuto che non riesce a uscire dal dramma.
L’ultima apparizione in tv avvenne in Italia nella trasmissione della Dandini “Tunnel” (23/02/1994).

La voce esprime rabbia, ma anche senso di disgusto, quasi vomito. E’ una voce debole, poco sostenuta. I Nirvana sono a Roma e Cobain è accompagnato dalla moglie Courtney Love che sembra stanca degli sbalzi d’umore di Kurt. Sta pensando se lasciarlo e lui tenta un altro suicidio. Questa volta a salvarlo è proprio lei, ma solo per poco. Il 5 aprile a Seattle riesce a concludere la sua vita.

Si può superare il trauma?
In tutta questa storia non si trova mai un riferimento a una risposta alla sua continua richiesta d’aiuto. Non c’è mai un riferimento a uno psicoterapeuta: come se il dolore potesse trovare risposta solo nella chimica: droghe o farmaci che siano. Il misconoscimento del trauma sembra emergere all’improvviso nelle parole dell’amico e compagno di band, il bassista Krist Novoselic, che sgomento risponde al regista “era tutto scritto lì, nei suoi disegni: bastava guardare!”.
Appunto: perché sembra così difficile riconoscere i danni e la sofferenza del trauma? Perché un comportamento che esprime così tanta sofferenza viene così facilmente etichettata come irrecuperabile o come bizzarria caratteriale?
Non possiamo sapere cosa sarebbe successo se qualcuno avesse portato Kurt Cobain in psicoterapia. Soprattutto se nell’infanzia fosse stata data una risposta diversa da quella farmacologica prendendosi cura di una famiglia disorientata e confusa.
La richieste di cura merita sempre di essere ascoltata anche da parte di chi, come gli artisti, nell’arte trova un meraviglioso sfogo espressivo, ma non l’uscita dal disagio. L’arte, qualunque arte, esprime emozioni e idee, da sollievo ma non basta per curare il dolore. Anche gli artisti meritano di vivere più felici e quando chiedono aiuto hanno diritto che gli venga fornito.


Bibliografia e filmografia di riferimento

“Cobain: montage of Heck” Film montato e diretto da Brett Morgen
Van der Kolk (2015) Il corpo accusa il colpo MIlano Cortina
Liotti, Farina (2011) Dimensione dissociativa e trauma dello sviluppo Cognitivismo clinico
Cancrini L. (2013) La cura delle infanzie infelici Cortina Milano
Porges S.W. (2014) La Teoria Polivagale: fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell’attaccamento, della comunicazione e dell’autoregolazione. Roma: Fioriti Editore,
Troisi G.R. (2014). L’uso del corpo in psicoterapia: applicazioni cliniche e prospettive di ricerca fra corpo, emozioni, relazioni e narrazione. http://www.academia.edu/11336144/
Troisi G.R. (2016) La voce la memoria corporea e la relazione in psicoterapia Terapia Familiare, n. 111 Milano: Franco Angeli
Troisi G. R. (2016), Le voci di dentro: trauma, voce e sistemi relazionali interni in Rivista di psicoterapia relazionale n.44 Milano: Franco Angeli


mercoledì 7 febbraio 2018

Lavorare con la coppia

di Francesca Bravi, psicologa psicoterapeuta.


Purtroppo è ancora opinione diffusa che il Modello Sistemico-Relazionale sia valido solo per la terapia con le famiglie. Niente di più sbagliato. Piuttosto è vero il contrario: uno dei motivi per cui prediligere questo approccio rispetto agli altri risiede proprio nella sua straordinaria flessibilità.
Pensare in modo Sistemico significa rilevare collegamenti e mettere in relazione informazioni per costruire una chiara visione d’insieme come base su cui lavorare. I diversi studi condotti negli ultimi 70 anni testimoniano come questa attitudine permetta di affrontare i problemi in modo estremamente efficace, a prescindere dal fatto che si abbia di fronte una famiglia, una coppia o un individuo.
Poniamo, ad esempio, il caso di una terapia di coppia con due persone che abbiano deciso di sposarsi all’età di 20 anni. Banalmente, questa scelta assume connotazioni assai diverse se la moglie racconta di avere alle spalle una famiglia problematica e violenta o un’infanzia agiata, trascorsa fra persone affettuose e protettive.
Analogamente, considerare l’influenza esercitata dalla suocera invadente e criticante, magari con accesso alla casa dei coniugi perché munita di chiavi, è parte irrinunciabile del processo di analisi dei motivi soggiacenti al disagio presentato dalla coppia.
Cogliere questi collegamenti amplifica esponenzialmente la nostra capacità di intervento, perché è proprio su questi collegamenti che possiamo costruire un’appropriata comprensione del problema ed agire in senso risolutivo.
Avere un’approfondita visione d’insieme permette di costruire interventi di straordinaria efficacia, capaci di provocare grandi cambiamenti e abbreviare significativamente i tempi necessari alla risoluzione del problema. Per una terapia di coppia, ad esempio, bastano 10- 12 sedute.

Ne deriva una pratica clinica tanto flessibile quanto potente, che vede nell’arte di “porre in relazione i vari aspetti” la più produttiva commistione fra processi di cura, propri del sapere medico, e quelli di conoscenza, propri del sapere filosofico, capace di dominare pienamente un ambito di studio tanto complesso come quello dell’agire umano.

mercoledì 31 gennaio 2018

Cicli, casi, spirali. Riflessioni sull'evoluzione del concetto di Ciclo di vita

di Valentina Albertini, psicologa psicoterapeuta.


La teoria del ciclo di vita della famiglia e dell'individuo nasce con gli studi di Jay Haley negli anni '70. Haley sosteneva che nel corso della vita ogni famiglia ha dei "compiti" evolutivi da svolgere per passare da una fase alla successiva: dalla coppia al matrimonio, dalla nascita dei figli alla crescita, dallo svincolo all'invecchiamento. Il passaggio da una fase alla successiva comporta grande stress per l'individuo e il sistema; proprio in questi "scalini evolutivi" possono quindi crearsi ostacoli che impediscono la crescita e lo sviluppo, portando alla comparsa di sintomi e difficoltà, sia personali che relazionali. L’uso del concetto del ”ciclo di vita”, molto frequente in psicoterapia sistemico-relazionale, ha consentito fino ad oggi di rappresentare la vita delle persone scomponendola in alcune fasi essenziali, permettendoci di fare diagnosi e interventi a partire proprio dai compiti evolutivi del sistema, o dell'individuo, che chiede la terapia.

Da alcuni anni però sta emergendo una necessità di revisione delle fasi del ciclo di vita pensate da Haley. Queste erano infatti altamente coerenti con la società degli anni '60 e '70, e sono rimaste valide per i decenni successivi. Per un trentenne in quegli anni era infatti abbastanza scontato uscire di casa e trovare un lavoro, sposarsi, avere dei figli, andare in pensione a 60 anni... erano eventi più rari le crisi economiche, le perdite di lavoro, le precarietà, avere più matrimoni, le famiglie ricostituite.


A livello generale, negli ultimi venti anni i mutamenti socio economici hanno portato nuovi fattori di cambiamento dipendenti dalle differenti situazioni. I processi di trasformazione del nostro sistema sociale evidenziano oramai la difficoltà di utilizzare il concetto di ciclo di vita senza rivederne alcuni dei punti teorici di base. Bertin (2013) in una revisione della letteratura esistente, ci segnala l’opportunità di prendere in considerazione altri concetti, fra i quali quello di “corsi di vita”. Tale concetto sostituisce una visione lineare di sviluppo dell’esistenza con una per la quale i cambiamenti sociali che caratterizzano la vita delle persone sono da ricercarsi negli eventi e nelle esperienze che gli individui incontrano nel loro percorso. Questi eventi possono infatti ripresentarsi, e ricostruire le condizioni entro le quali si sono già realizzate le esperienze personali. I rischi, quindi, non sono più specifici delle singole fasi della vita, ma legati ad eventi critici che possono essere ricorsivi e ripresentarsi più volte lungo il corso della vita (ad esempio il quarantenne che perde il lavoro e torna a vivere con i genitori, dovendo ricontrattare spazi di convivenza e autonomia). Simile concetto è quello di “spirali di vita” sviluppato da Combrinck Graham (1985) che teorizza i cambiamenti degli individui come il prodotto delle connessioni tra la vita della persona e gli eventi spesso instabili del contesto sociale ed economico. In quest'ottica le dinamiche familiari presentano un processo a spirale nel quale i "momenti" che ne segnano i cambiamenti (la nascita della coppia, i figli, la loro uscita, la separazione..) si possono presentare più volte nella vita di una persona, implicando la costruzione di nuovi e differenti legami. Questo è un concetto che può essere molto utile in alcuni contesti terapeutici: immaginiamoci un nostro paziente di 50 anni separato con un figlio 25enne che ha appena avuto dei bambini; questo stesso cinquantenne è sposato in seconde nozze con una donna che lo ha reso di nuovo padre. Il nostro ipotetico paziente si trova quindi a vivere, contemporaneamente, due fasi differenti del ciclo di vita. Probabilmente questo racconto sarebbe stato eccezionale negli anni '70, ma nella contemporaneità situazioni come questa rappresentano una buona fetta di realtà, e un terapeuta sistemico relazionale deve farci i conti. Bertin sostiene che questi mutamenti rendono meno stabile la solidarietà intergenerazionale: se questo e vero, ne vedremo a breve gli effetti dentro le stanze di psicoterapia.
Al di là delle geometrie che decidiamo di utilizzare per descrivere le nostre storie, infatti, l'incrocio fra i cambiamenti dei macrosistemi e gli effetti sui microsostemi in cui viviamo possono essere luoghi di grande interesse sistemico, in ambito sia teorico che clinico.


Bertin, G. (2013). Welfare regionale in Italia. Politiche sociali: studi e ricerche.

COMBRINCK-GRAHAM, L. (1985), A Developmental Model for Family Systems. Family Process, 24: 139–150. doi:10.1111/j.1545-5300.1985. 00139.x


domenica 28 gennaio 2018

L’approccio sistemico-relazionale nel lavoro di rete tra il CSAPR di Prato e gli operatori della ASL di Firenze

di Maria Antonietta Gulino, psicologa psicoterapeuta.


Per dirla alla Jay Haley “meglio partire dal più complesso che dal più semplice”.


L’ approccio sistemico-relazionale è decisamente un approccio “multidimensionale”, “multi-topico”, “multi-verso”. Oltre al trattamento clinico di famiglie, coppie e individui, si rivolge alla costruzione di canali comunicativi e alla progettazione di obiettivi clinico-educativi anche in contesti di lavoro altri rispetto al setting tipicamente clinico.
Negli ultimi dieci anni mi sono occupata all’interno del CSAPR di Prato del lavoro di rete con gli operatori della Neuropsichiatria della Asl di Firenze, tra vincoli e possibilità. I vincoli sono quelli relativi alle diverse azioni sanitarie, sociali, educative e psicoterapeutiche che perseguono obiettivi diversi a secondo delle diverse professionalità in campo; le possibilità sono quelle relative ad un modo di operare in rete che sia “integrato” e cioè circolare e reciproco tra le varie figure e tra i diversi interventi.
L’idea di base sta nell’aver messo al centro non solo l’individuo e le sue relazioni significativi ma anche e soprattutto le relazioni che la famiglia in carico ha con i molteplici sistemi di cura, ritenendo che circolarità e scambio efficace tra tutti questi attori ha un’incidenza significativa ai fini della di una prognosi favorevole.
Spesso il focus dell'interesse della famiglia e dei Servizi è il sintomo-problema invece che tutto ciò che il sintomo sottende, quindi dinamiche familiari dolorosamente bloccate che spesso mettono in difficoltà i Servizi, costretti all’invio in Terapia Familiare come “ultima spiaggia”.
La ricerca di un livello “Meta” di condivisione tra i curanti da una parte riduce il rischio molto comune di “rincorrere” o “riproporre” dinamiche sintomatiche ridondanti per cui è previsto spesso assistenzialismo e collusione col contesto che le ha prodotte dall’altra propone in alternativa una matrice di significati nuova, condivisa con i Servizi che hanno in carico i casi.
Attraverso una sinergia di interventi terapeutici, farmacologici, sociali e educativi ( e quindi attraverso riunioni d’equipe, scambi di riflessioni, aggiornamenti attraverso telefonate e mail ) l’obiettivo di un Lavoro di Rete con i Servizi è creare differenze e quindi evoluzione e cambiamento, il tutto nel rispetto dei diversi ruoli professionali pubblici e privati coinvolti (neuropsichiatri infantili, assistenti sociali, educatori, psicologi e psicoterapeuti sistemici).
Gli esiti del lavoro incrociato tra CSAPR, Servizi e famiglie permette di fare alcune riflessioni finali.
Il nostro modus operandi si è basato sulla ricerca di un confronto con gli operatori della Asl e con tutti gli altri sistemi coinvolti per far emergere i punti in comune di una sinergia da condividere e per togliere alle differenze professionali quella componente ansiogena con cui spesso si confronta chi fa questo lavoro. Questo è alla base di una fiducia reciproca e di una collaborazione multiprofessionale.
La conseguenza più evidente è stata una diminuzione della frequenza dei tempi di invio della NPI al nostro Centro Studi: abbiamo spiegato questo fenomeno ipotizzando che un intervento tempestivo e sinergico accorci i tempi “patologici” a carico della famiglia, che a sua volta è a carico dei Servizi.
Mettere in Rete prima e costruire una Rete dopo con la famiglia e con gli enti istituzionali ha permesso di ridurre sterili conflitti, allargare sulle incomprensioni e aggiungere punti di vista.
Il lavoro di équipe del Centro Studi ha assolto alla funzione di “mediatore intersistemico” laddove errori comunicativi e impasse potevano colludere o bloccare il progetto terapeutico dei sistemi curanti.
Si è creato così un clima più disteso in cui la famiglia si è accomodata affidandosi ai professionisti e successivamente puntando sulle proprie risorse familiari. Fare leva su questo piuttosto che evidenziare i limiti e le mancanze del sistema familiare, a nostro parere, è il punto di forza per ottenere il cambiamento e gradi sempre maggiori di salute.
Se la famiglia riesce a percepire il “Sistema Curante” come alleato metterà in campo le sue risorse, si impegnerà per superare le difficoltà e alla fine del processo terapeutico riconoscerà in sé stessa la capacità di uscire dal problema.
Una volta rimosso lo spettro della cronica patologizzazione, la famiglia si vedrà riconosciuta la possibilità di “auto guarirsi”. Ciò alimenterà un circolo virtuoso per cui, superata una crisi, il sistema familiare si sentirà in grado di superarne altre.
In questo modo non è difficile immaginare un guadagno socio-sanitario anche di tipo economico, poiché una sinergia di interventi riduce i tempi di cura e il numero di personale coinvolto interrompendo il circolo della cronicità. E inoltre il cambiamento effettuato e l’apprendimento nuovo che ne deriva riducono la probabilità di ricadute.

Il progetto di lavorare in rete ha avuto queste finalità: aumentare il benessere dell’utenza attraverso ipotesi e strategie di intervento ragionate e aspettative di salute realistiche, creare modalità comunicative efficaci e autotrasformative tra i curanti per uscire dall’idea di assistenza, lavorare più nella direzione della prevenzione che esclusivamente della cura. Del resto nel caso dei servizi di NPI i bambini o gli adolescenti di oggi saranno gli adulti di domani e rispondere al disagio in tempi sempre più brevi e anticipati riduce il rischio dell’espressione di disturbi di personalità da adulti.

martedì 12 dicembre 2017

L'intervento relazionale sistemico con l'adolescente.

di Silvia Vannucci, psicologa psicoterapeuta, socia e docente di CSAPR Prato.  


Interpretare con un modello lineare il comportamento sfidante e sintomatico del giovane paziente può esitare nella cronicizzazione iatrogena del disturbo, iniziando un inesorabile percorso di medicalizzazione, o nella rottura dell’alleanza terapeutica tra lo psicoterapeuta e l’adolescente, che perderebbe così una fondamentale occasione di cura e di salute.
L’adolescenza dei figli può essere il detonatore di una carica esplosiva accumulata negli anni da una coppia di genitori non abbastanza evoluta. La lettura relazionale di questa fase del ciclo della famiglia ci permette di intervenire in modo efficace sulla salute dell’adolescente, utilizzando la forza stessa dell’esplosione che egli agisce nel sistema attraverso il comportamento sintomatico.
Come psicoterapeuta formata al Centro Studi, con esperienza ormai quasi ventennale, ricevo le famiglie e gli adolescenti consapevole delle inside che i ragazzi ci presentano ma anche del loro potente e lucido punto di osservazione sulle fragilità dei grandi; succede che arriva la seduta familiare dove invito l’adolescente in difficoltà a sedersi accanto a me e insieme parliamo di quei due adulti problematici… poi ci salutiamo con l’impegno dei genitori di farsi carico delle proprie difficoltà, magari con l’aiuto di un eventuale altro psicoterapeuta. La psicoterapia prosegue con un adolescente finalmente libero di poter costruire e integrare la propria identità, che può guardare al mondo intorno, anziché vigilare come sentinella per i suoi: ciascuno ha ripreso il suo posto e tutti hanno partecipato alla magia della guarigione del paziente designato.



martedì 31 ottobre 2017

L’intervento sistemico relazionale a scuola

di Simona Gagliardi, psicologa psicoterapeuta, socia di CSAPR Prato.

La scuola rappresenta un sistema complesso, costituito da soggetti diversi per età, ruolo, competenze, professionalità, la cui convivenza spesso presenta delle problematicità e da cui possono emergere domande di cambiamento diversificate e non sempre consapevoli. Come professionisti possiamo, infatti, confrontarci con richieste provenienti dal contesto scolastico, a volte, ambigue o impossibili, che possono mettere alla prova le nostre competenze e esporre i nostri interventi a rischio di fallimento.
Nel corso degli anni di pratica professionale è stato possibile rispondere, per me e per le colleghe “sistemiche” con cui collaboro, a numerose richieste di intervento nel contesto scolastico partendo dall’analisi e dalla riformulazione della domanda. La formazione sistemico relazionale, infatti, rafforza ed arricchisce la possibilità di riformulare la domanda e ipotizzare l'intervento nell’ambito lavorativo non terapeutico ed in particolare rispetto alle richieste di intervento psicologico da parte degli Istituti Scolastici. (M.M. Togliatti, Tofani 1990; Palazzoli et Alt, 1976). Il modello sistemico è infatti un'epistemologia, prima di essere uno strumento di intervento nel micro-contesto della classe o della sede scolastica, un modo per conoscere il mondo e per “pensare” nuove soluzioni; come sostiene S. Cirillo "[…] se la nostra ottica sistemica è un modello interpretativo della realtà, una chiave di lettura, deve pur fornire degli strumenti di comprensione e di intervento anche nelle ”frange” non terapeutiche del nostro lavoro".
L’obiettivo dell’intervento sistemico relazionale, quindi, in un contesto scolastico è quello di costruire un intervento che, come avviene nella terapia della famiglia, utilizzi le informazioni, stabilendo fra esse collegamenti diversi, con l'aiuto e la collaborazione dei membri del sistema scolastico e, laddove possibile, di quello familiare, per giungere a nuove connessioni e interazioni, plausibili rispetto alla realtà già conosciuta, ma contemporaneamente contrastanti con essa, per offrire una visione alternativa e evolutiva della realtà. All’interno degli Istituti scolastici, con il gruppo docenti e con le classi è possibile, utile e necessario lavorare sistemicamente, per facilitare il cambiamento ed attivare risorse nuove, spesso proprio raccontando nuove storie.


L’INTERVENTO PSICOLOGICO NELLA SCUOLA UTILIZZAZIONE DELLE RISORSE DI UN SISTEMA COMPLESSO, COLLAB. E. GUIDA, NUOVA ITALIA SCIENTIFICA, 1986
BAMBINI DIVERSI A SCUOLA; BORINGHIERI 1974, 8 RISTAMPE; SECONDA EDIZIONE 1989.
BARBIERI M. L’INTERVENTO SISTEMICO NELLA SCUOLA. IN: ECOLOGIA DELLA MENTE 2002; 25, N° 2: 159-185.

BARBIERI M. LA CONSULENZA PSICOLOGICA NELLA SCUOLA ALLE FAMIGLIE CON FIGLI ADOLESCENTI. IN: IL VASO DI PANDORA 2006; 14, N° 2: 65-87.

BARBIERI M., GUERRINI A., MANFRIDA G. BAMBINI, ADOLESCENTI E ADULTI NELLA SCUOLA. IN: PSICOLOGIA E SCUOLA 2006-2007; 27, N° 132: 3-15.
CIRILLO S. (A CURA DI). IL CAMBIAMENTO NEI CONTESTI NON TERAPEUTICI. RAFFAELLO CORTINA EDITORE, MILANO, 199
M.M. TOGLIATTI, TOFANI 1990; IL GRUPPO-CLASSE SCUOLA E TEORIA SISTEMICO-RELAZIONALE
PALAZZOLI ET ALT, 1976 IL MAGO SMAGATO. COME CAMBIARE LA CONDIZIONE PARADOSSALE DELLO PSICOLOGO NELLA SCUOLA
L. MARTINOLI E C. RESSEGATTI “DIALOGANDO CON L'ASSENTE:COME INTERVENIRE IN ASSENZA DI UNA RICHIESTA TERAPEUTICA” RIVISTA DEL SERVIZIO DI SOSTEGNO PEDAGOGICO DELLA SCUOLA MEDIA, NO. 12, MARZO 1995, PAG. 23-30

L’INTERVENTO PSICOLOGICO NELLE SCUOLE: APPLIACAZIONE DEL MODELLO SISTEMICO AL CONTESTO SCOLASTICO A MARCIANO ECOLOGIA DELLA MENTE 1 2007

C CURONICI L BENESSERE A SCUOLA SI COSTRUISCE INSIEME: IL CONTRIBUTO DELL'APPROCCIO SISTEMICO Rivista del Servizio di sostegno pedagogico della scuola media – numero 19 2003

M. CIUCCI, S. SCAMPERLE, G. TODINI. "IL BAMBINO CON PROBLEMI SCOLASTICI. SCUOLA, FAMIGLIE, SERVIZI: DALLA CONTRAPPOSIZIONE ALLA COLLABORAZIONE". MARISA MALAGOLI TOGLIATTI, UMBERTA TELFENER, OP.CIT., P. 103.

giovedì 26 ottobre 2017

L'intervento nel contesto di tutela

di Alessandra Melosi, psicologa psicoterapeuta, socia e didatta di CSAPR Prato.


Il presente contributo prende spunto dalla mia esperienza come Supervisore presso il Centro Crisalide di Pistoia, servizio specialistico che si occupa di valutazione e cura di minori e delle loro famiglie nei casi di abuso, violenza e grave trascuratezza. Il Centro si ispira ad esperienze guida pioneristiche e di riferimento per tutti coloro che vogliono operare in questo ambito, come quella del Centro Aiuto al Bambino Maltrattato di Roma e del CBM di Milano.
Per riuscire a cogliere la complessità dei fenomeni legati alla trascuratezza, maltrattamento, abuso e mettere in atto efficaci strategie di intervento è fondamentale evidenziare il “gioco relazionale”, l’evoluzione trigenerazionale e l’esito che tutto questo ha avuto sullo sviluppo del figlio.
Un aspetto peculiare del lavoro in un contesto di tutela è l’assenza di una richiesta di aiuto spontanea da parte della famiglia, che giunge alla valutazione e all’intervento in seguito a provvedimenti del Tribunale.
Il terapeuta si trova ad utilizzare la richiesta della rete di tutela (Giudice, Servizi Sociali, Comunità per minori) per raccogliere materiale su cui lavorare. In questo contesto il terapeuta deve contrastare la negazione del problema e tentare di raggiungere il riconoscimento del danno inflitto ai figli da parte dei genitori. Per fare questo è necessario adoperarsi per costruire con loro una alleanza terapeutica e attuare interventi volti a connettere i comportamenti disfunzionali con le rispettive storie personali.
Questa prospettiva di intervento ha come obiettivo prioritario di preservare la relazione genitore - figlio, migliorandola ove possibile, ma anche di valutare e individuare per il minore, nel caso la recuperabilità genitoriale non sia possibile, soluzioni alternative stabili al di fuori della famiglia.

Alessandra Melosi


domenica 22 ottobre 2017

Psicologia dello sport e approccio sistemico relazionale

di Daniela Tortorelli, psicologa psicoterapeuta, didatta e presidente di Csapr Prato.

L’approccio relazionale permette di dare un senso al comportamento umano, dei singoli, delle coppie, delle famiglie e delle organizzazioni, perché insegna ad osservarlo nel contesto in cui si manifesta e offre strumenti di valutazione, lettura e intervento unici. Il pensiero circolare sistemico è solo una della possibilità che offre questo paradigma.
Quando ho conosciuto
il mondo della psicologia dello sport avevo già avuto una formazione relazionale; inoltre, ero stata un’atleta di alto livello. Per me è stato naturale usare in ambito applicativo le risorse e l’ottica sistemico-relazionale, perché il mondo dell’attività sportiva è fatto di relazioni che influenzano il benessere e il rendimento dell’atleta. L’approccio sistemico relazionale è stato per me un enorme valore aggiunto che ho integrato con gli strumenti di base comunemente usati in questa disciplina, che mi ha permesso di lavorare in realtà articolate e complesse come quelle del mondo sportivo in cui sistemi e sottosistemi si intrecciano e si influenzano reciprocamente, in realtà particolarmente articolate.
L’approccio relazionale è stato fondamentale nel fornire strumenti operativi e di valutazione sia per il mental training (concerne la possibilità di ottimizzare e talvolta migliorare la prestazione sportiva), sia per la promozione della salute e del benessere dell’atleta, della squadra, dei tecnici, delle famiglie, e della società sportiva.
Inoltre, lavorare relazionale mi ha permesso di ampliare le possibilità di intervento ad aree impensabili per uno psicologo dello sport che non conosce questo paradigma, estendendole anche a tutte quelle situazioni di confine con l’ambito clinico cosi frequenti nelle richieste di intervento sportivo.
Lo psicologo dello sport che si avvale del paradigma relazionale può cosi collocarsi come esperto del settore dotato di “una marcia in più” professionale, in quanto dotato di competenze psicoterapeutiche che lo mettono in condizioni di lavorare sia nell’area educativa che in quella della clinica sportiva, fino all’area delle organizzazioni, districandosi al meglio fra i vari tipi di richieste di aiuto.