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mercoledì 5 aprile 2017

Come nasce un narciso: storia di un'infanzia infelice

di Chiara Testi, psicologa psicoterapeuta


Non ho la presunzione di esaurire l'argomento, piuttosto vasto, con questo breve articolo, ma piuttosto la volontà di far conoscere un particolare tipo di personalità, al quale spesso, piuttosto banalmente, si attribuiscono caratteristiche di "cattiveria" o "malvagità". Il mio intento è quello, invece, di provare a comprendere i motivi profondi e la sofferenza che stanno dietro sia al modo di funzionare del narciso, gettando anche uno sguardo a coloro che vi entrano in relazione. 

Difficile incappare, nel nostro lavoro di psicologi, in personalità di questo tipo, notoriamente poco predisposte a mettersi in discussione. Molto più spesso ci si trova, però, a rapportarsi con le compagne di vita di questi soggetti e dico compagne perche il narcisismo appare più diffuso tra gli uomini, ma sembra, comunque, meno raro di quanto si pensi tra le donne. Le compagne dei narcisi sono spesso intelligenti, ma fragili sul piano affettivo, si dipingono come vere e proprie vittime di relazioni distruttive nelle quali rimangono invischiate, circuiti viziosi dai quali sembra impossibile uscire. Il "gioco relazionale" del narcisista, infatti, appare caratterizzato da una forte necessità di coinvolgimento affettivo, soprattutto iniziale che, in seguito, sembra tradursi in un allontanamento, una fuga che dà il via ad un'altalena relazionale che, se perpetrata nel tempo, sembra avere conseguenze devastanti. 

Ma chi sono questi narcisisti? Solitamente, come sostiene la Telfner [1] , nell'età adulta sono uomini vincenti, molto affascinanti, ben inseriti sul piano sociale, grazie alla continua ricerca/bisogno di sfidare e migliorare se stessi. Ma, allo stesso tempo, sono soggetti impegnati in una continua lotta interiore, nonché, apparentemente con il mondo intero. Sono spesso uomini, che cullano nelle loro fantasie il sogno di trovare una relazione simbiotica, che li riconduca all'esperienza primaria con la madre. In cerca di un rapporto attraverso il quale poter curare il vuoto che esperiscono dentro di sé, salvo poi temere con tutte le loro forze quella fusionalità che, in una relazione amorosa, necessariamente li dovrebbe far essere anche vulnerabili. La vulnerabilità rispetto alla persona amata è, infatti, una prerogativa stessa dell'amore e implica una fiducia e una devozione che i narcisisti non sono capaci di ammettere a se stessi. Il motivo dell'altalena relazionale appare proprio questo: mi avvicino a te perché spero che tu riempia il mio vuoto, mi allontano da te perché mi rendi vulnerabile e minacci la mia già fragile identità.

Le ragioni di questo comportamento però non sono da attribuire, come spesso succede nel pensiero comune, alla volontà di essere cattivi, quanto piuttosto ad un difetto di empatia che affonda le sue radici nell'infanzia del narciso. Come sostiene Cancrini [2] , sulla scia delle ricerche condotte da Lorna Smith Benjamin [3] , l'esperienza vissuta dai bambini che si preparano a un possibile sviluppo di un Disturbo Narcisistico di Personalità si basa su tre elementi costitutivi:

- L'adorazione che uno o più adulti significativi dimostrano per una o più qualità del bambino, accompagnata però dalla quasi totale mancanza di comprensione per i suoi bisogni e desideri: come se la devozione fosse rivolta non al bambino in quanto tale, ma alla sua capacità di aderire alle aspettative dell'adulto.
- L'adorazione è accompagnata da un atteggiamento riverente, tale per cui, spesso gli adulti narcisi, si aspettano dagli altri un comportamento di questo tipo.
- La consapevolezza precisa che l'adorazione e l'atteggiamento riverente possono in qualsiasi momento sparire e lasciare il posto alla rabbia e al biasimo se il bambino non si comporta secondo le aspettative dell'adulto che lo adora.

L'ammirazione verso il bambino nella nostra società è sempre più comune, proprio perche i figli sono sempre più al centro di tutte le attenzioni. Ma nel caso del Disturbo Narcisistico vi è anche una carenza da parte dell'adulto nella capacità di accogliere con affetto, stando vicino al bambino nei momenti di difficoltà. Questa mancanza sembra essere la causa principale di quel difetto di empatia di cui il narcisista soffre da bambino e con cui farà soffrire gli altri da adulto.

Il difetto di empatia, sarà il fulcro sul quale, di conseguenza nell'età adulta si attiveranno la menzogna, l'incapacità a stare in una relazione monogama, il tradimento, le fughe e tutti quei comportamenti che appaiono disfunzionali all'interno di una relazione affettiva matura. Così come l'impegno a negare le proprie difficoltà, a contenere la rabbia e il senso di inadeguatezza saranno la causa di quella esperienza di aridità affettiva che spesso viene riportata da coloro che istaurano rapporti con i narcisi e che sembrano poi far proprie queste sensazioni, sentendosi in qualche modo "difettosi" o "sbagliati". Va tenuto a mente, invece, che il malessere interiore di cui è affetto il narciso è impossibile da "curare" all'interno di una relazione amorosa e che, in parole povere, si radica su un'infelicità atavica, esperita nell'infanzia, che sfugge del tutto alla loro volontà e che, spesso, non permette loro di entrare in relazione con gli altri in modo sano, pieno e felice.

1. Telfner U. Ho sposato un narciso. Manuale di sopravvivenza per donne innamorate. Roma: Castelvecchi, 2006.
2. Cancrini L. La cura delle infanzie infelici. Viaggio nell'origine dell'oceano borderline. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2012.
3. Smith Bejamin L. Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità. Roma: Las, 1996.

sabato 12 novembre 2016

"e di che cosa avete parlato?"

Breve recensione del Libro “Conversazioni sulla psicoterapia” di Luigi Cancrini, Giuseppe Vinci (Alpes Italia, 2013)

di Valentina Albertini, Psicologa Psicoterapeuta



Una volta ho partecipato ad una bella cena fra colleghi, persone che avevano già condiviso un percorso di studi, e al momento condividevano un lavoro, degli obiettivi, un senso comune nel fare le cose. Durante quella cena, come spesso accade, parlammo molto di ”psicocose” e scivolammo pian piano in una conversazione particolare e molto stimolante. Finimmo infatti a parlare del nostro fare terapia, ma anche del nostro diventare, e in parte essere, terapeuti. Come stavamo svolgendo il nostro lavoro, la forza che ci guidava, le paure che ci frenavano. In un’atmosfera di attivo rilassamento, ognuno contribuiva con un pensiero, una riflessione, tutti a loro modo generali ma al contempo essenziali e puntuali. Tornata a casa, ho raccontato quanto fosse stata interessante quella cena, quanto avessi colto da quella conversazione così generale e personale, quanto fosse stato importante trovare uno spazio di riflessione informale così arricchente. Subito, è arrivata la domanda “di che cosa avete parlato?”. E io non ho saputo rispondere. Perché in quella cena avevamo parlato davvero del nostro piccolo tutto, ma dire “di tutto” era troppo squalificante perché sembrava un modo diverso di dire “di niente”, e non era così. Però mettersi a spiegare di cosa avevamo parlato voleva dire ripetere tutta la cena, perché ogni frase era stata importante e il riassunto sembrava una banale riduzione e non avrebbe reso onore alla serata.

Ecco la difficoltà di trasmettere i contenuti di una bella conversazione. La stessa difficoltà la incontro adesso a scrivere una recensione del libro “Conversazioni sulla psicoterapia” (di Luigi Cancrini e Giuseppe Vinci, Editore Alpes Italia, 2013). Si tratta di  una lettura allo stesso tempo scorrevole e complessa, aggettivi che secondo me sono difficili da affiancare quando parliamo di testi professionali. Gli autori sviluppano il testo come una reale conversazione, una discussione fluida in cui uno propone un argomento e l’altro offre il proprio punto di vista, e viceversa, in uno scambio continuo e articolato. Un punto di vista fatto di conoscenza professionale, di esperienza lavorativa, di studio, ma anche di vita e di esperienze personali. Non è un libro su come si fa terapia: è un libro su cosa vuol dire essere terapeuti.

Cancrini e Vinci ci fanno entrare nella loro conversazione e ci parlano di cosa significhi oggi fare la nostra professione, di come si può diventare un buon terapeuta, di come questo lavoro si inserisca in maniera strutturale nella storia personale e quindi dello sviluppo di quella stessa storia sia in parte responsabile.

Riflettono insieme su cosa sia il cambiamento e su quanto sia difficile aiutare le persone a cambiare, cambiando allo stesso tempo noi stessi. Si interrogano sulla difficile relazione fra psicoterapia e medicina, e fra psicoterapeuti e medici. Fanno delle riflessioni sul concetto di etica e responsabilità, e poi ci portano nella cruda realtà delle carceri, degli Opg, passando attraverso un percorso storico sulla Legge 180 e sul contributo dato dall’approccio sistemico-relazionale a questo cambiamento, che non si è ancora concluso. Parlano della crisi delle coppie e delle famiglie di oggi, di come sia cambiato l’essere genitori e come questo si rifletta sui figli e sullo sviluppo delle loro personalità. Questo libro è inoltre una conversazione sul nostro essere uomini e donne che attraverso la terapia hanno scelto un lavoro, ma anche una cura. Come dicevo, parla del “nostro tutto”. E questo è veramente lontano dal generico “tutto e niente”.

Durante l’ultimo congresso SIPPR sono rimasta molto colpita da una frase detta da qualcuno (non ricordo chi, e me ne scuso) durante la plenaria di apertura: “non siamo persone eccezionali, ma persone normali che fanno un lavoro eccezionale”. Queste parole le ho accolte come una motivazione e, confesso, con un sospiro di sollievo, perché ci troviamo di fronte alle responsabilità forti che il nostro lavoro comporta, e sapere che puoi permetterti tutta l’umanità che hai (che però, come ci ricordano Vinci e Cancrini, devi conoscere a fondo), è stato un conforto e una nuova spinta.           
Oggi, dopo aver letto “Conversazioni sulla terapia” mi sento ancora più motivata, ma anche più confortata. La strada è lunga, va percorsa un passo alla volta perché durerà tutta la vita.

Per fortuna l’ottica sistemico-relazionale ci obbliga a stare nel mondo e a comprenderne la storia, e i nostri pazienti ogni volta ci insegnano qualcosa. Ma è fondamentale sapere che chi ha più esperienza è lì, pronto a guidarci e aiutarci. Perché noi terapeuti siamo persone normali che hanno avuto maestri eccezionali. Anche se loro non sempre lo sanno.