Visualizzazione post con etichetta relazionale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta relazionale. Mostra tutti i post

martedì 2 maggio 2017

Difficoltà di apprendimento e famiglie: la prospettiva sistemico-relazionale.

di Valentina Albertelli, Diletta Albiani , Denise Aletti e Marzia Donati, psicologhe



I Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA) sono disturbi del neurosviluppo che riguardano la capacità di leggere, scrivere e calcolare in modo corretto e fluente, che si manifestano con l'inizio della scolarizzazione.
In base al tipo di difficoltà specifica che comportano, i DSA si dividono in: DISLESSIA, difficoltà nella lettura di un testo scritto, DISORTOGRAFIA, difficoltà nella competenza ortografica, cioè scrivere correttamente seguendo le regole dell’ortografia, DISGRAFIA difficoltà nell'abilità motoria della scrittura, cioè scrivere in modo leggibile  e DISCALCULIA, difficoltà nel comprendere e operare con i numeri, ad esempio imparare le tabelline, fare i calcoli.
Questi disturbi dipendono dalle diverse modalità di funzionamento delle reti neuronali coinvolte nei processi di lettura, scrittura e calcolo.

Non sono causati né da un deficit d’intelligenza né da problemi ambientali o psicologici o da deficit sensoriali (fonte: AID-Associazione Italiana Dislessia).
Recentemente il Miur ha registrato un aumento significativo delle diagnosi di DSA che, dallo 0,7% della popolazione scolastica sono passati in cinque anni al 2,1%, cioè 187mila.

La certificazione diagnostica (ai sensi della L.170/2010) è il primo passo per aiutare i bambini in difficoltà nel contesto scolastico, per garantire una didattica adeguata ai loro bisogni e favorire in questo modo l’apprendimento. E’ importante sottolineare, però, che i bambini con DSA non necessitano soltanto di un “Piano Didattico Personalizzato” (PDP) ma, soprattutto, di un contesto relazionale accogliente e di supporto, che li sostenga, anche emotivamente, nel loro faticoso percorso formativo.

La diagnosi, se da un lato può portare alla risoluzione di una parte delle implicazioni emotive e sociali del bambino legate ad una mancanza di riconoscimento delle sue difficoltà, dall'altra implica il confrontarsi con il dolore legato alla diversità. Molti bambini, infatti, non riescono ad accettare le loro problematiche e vivono con disagio il dover ricorrere a “strumenti compensativi” (strumenti didattici e tecnologici che sostituiscono o facilitano la prestazione richiesta nell'abilità deficitaria, quali ad esempio: la calcolatrice, la sintesi vocale, il registratore per prendere appunti durante la lezione, programmi di video scrittura con correttore ortografico, tabelle, formulari e mappe concettuali...) e l’adozione, da parte degli insegnanti, di “misure dispensative” (interventi che consentono all'alunno di non svolgere alcune prestazioni che, a causa del disturbo, risultano particolarmente difficoltose e che non migliorano l’apprendimento, come ad esempio: la scrittura sotto dettatura veloce, copiare dalla lavagna, leggere a voce alta in classe...).

Così come J. Haley parla di “crisi di transizione” riferendosi al passaggio da una fase all'altra del ciclo vitale dell’individuo e della famiglia, anche l’arrivo della diagnosi si può considerare un momento di squilibrio in cui tutta la famiglia si trova ad affrontare un evento inatteso e quindi potenzialmente problematico per uno qualsiasi dei componenti della famiglia. Non è raro infatti che, a seguito della certificazione, la coppia genitoriale (o coniugale) non regga ed emergano conflitti che prima erano poco manifesti.
I genitori, quando prendono consapevolezza  del problema, talvolta modificano in modo radicale il loro stile educativo, diventando iperprotettivi e rinunciatari o, al contrario, esigenti e iperstimolanti. Spesso, infatti, di fronte agli insuccessi e alle difficoltà dei figli, si sentono confusi e incompetenti e i loro comportamenti  alimentano l’insicurezza e il disagio del bambino, che non si sente adeguatamente supportato e compreso.

Nella nostra esperienza lavorativa, come psicologhe esperte nella valutazione e nel trattamento dei DSA, più volte ci è capitato di trovarci di fronte genitori che faticano a riconoscere e ad accettare la diversità del figlio. Alcuni minimizzano il problema e spronano il bambino ad impegnarsi maggiormente e ad adeguarsi alla didattica della classe, altri cercano soluzioni miracolistiche e assumono atteggiamenti polemici verso la scuola e gli specialisti, altri ancora sono completamente deleganti e disimpegnati e infine alcuni amplificano il problema e tendono a sollevare il figlio da qualsiasi impegno. In questi casi è opportuno lavorare anche con i genitori per aiutarli a comprendere e ad accettare la condizione del figlio e a trovare un modo più funzionale per supportarlo.

E’ importante anche che i genitori non vedano il figlio solo come scolaro, perché ciò spesso mina il rapporto genitori-figlio e dunque il clima familiare, ma come uno scrigno che ha in sé anche potenzialità, da scoprire e soprattutto da valorizzare. Riguardo al lavoro con il bambino, l’obiettivo del trattamento, non è solo quello di potenziare le abilità deficitarie, ma anche quello di favorire un contesto relazionale in cui si senta accettato, compreso e supportato emotivamente nel gestire le sue difficoltà. Alcuni bambini mostrano un evidente disagio in relazione alla propria condizione, che può manifestarsi con una ridotta autostima, uno scarso investimento, una bassa tolleranza alle frustrazioni, per cui, è necessario tenerne conto durante il percorso d’intervento per impostare adeguatamente il lavoro e aiutarli anche dal punto di vista emotivo. Capita spesso che i ragazzi con difficoltà di apprendimento manifestino il loro disagio anche attraverso comportanti oppositivi o attraverso manifestazioni sintomatiche di ansia o isolamento sociale.

Infatti, circa l’80% dei bambini con problemi di apprendimento presenta anche problematiche di tipo relazionale. Di solito, tali bambini, sono meno benvoluti e più facilmente respinti rispetto agli altri compagni, presentano minore adattamento sociale ed emotivo, maggiore ansia, ritiro in se stessi, depressione e bassa autostima (Searcy, 1988; Wong, 1996).
Sulla base di queste considerazioni ci rendiamo conto che in alcuni casi, per aiutare nel modo migliore il bambino, potrebbe essere utile anche un intervento terapeutico. A questo proposito, la psicoterapia sistemico-relazionale si configura come un approccio in grado di aiutare non soltanto il bambino, ma anche la sua famiglia, collaborando anche con la scuola e con i servizi.
Compito del terapeuta sistemico-relazionale è, in questi casi, prima di tutto quello di dare voce al dolore e al disagio del bambino, in un contesto di ascolto e di accoglienza. Attraverso colloqui di tipo genitoriale e familiare si cerca inoltre di dare un senso ai sintomi del bambino per aiutarlo a sentirsi accettato e compreso nelle sue difficoltà, e per migliorare le sue relazioni con i genitori e gli eventuali fratelli.
Comunque reagiscano, i genitori hanno bisogno di aiuto per comprendere e accettare la realtà e imparare a trasformare il dolore che provano in aiuto concreto al figlio, che ha bisogno di qualcuno che lo aiuti a contenere il suo grande smarrimento e le sue fatiche.

Bibliografia
• Haley J., Terapie non comuni:tecniche ipnotiche e terapia della famiglia, Asrolabio, 1978
• Cornoldi, C. (a cura di), Difficoltà e Disturbi dell'Apprendimento , Il Mulino, Bologna, 2007
• Searcy S. (1988), “Developing self-esteem”, in Academic Therapy , vol. 23 (5), pp. 453-460
• Wong B. (1996), The ABCs of learning disabilities, Academic Press, San Diego U.S.A.
• Legge 8 ottobre 2010, n. 170
• Linee Guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con disturbi specifici di apprendimento, allegate al decreto ministeriale del 12 luglio 2011
Sitografia
• www.aiditalia.org
• www.airipa.it

sabato 11 marzo 2017

La costruzione della famiglia adottiva: senso di appartenenza reciproca e dimensione temporale.

di Chiara Benini, Psicologa e Psicoterapeuta


Diventare genitori è certamente un’esperienza impegnativa, una rivoluzione che cambia per sempre la propria vita e non solo. I confini familiari si ricontrattano, il rapporto con il lavoro si modifica, il tempo libero scompare e gli equilibri di coppia sono da ritrovare. Il bambino, in base alle sue caratteristiche e a quelle della famiglia in quel preciso momento storico, può risultare più o meno impegnativo ma sempre porta con sé molte nuove esperienze, necessità che prima, in una coppia senza figli, non cerano.

Molto è stato detto e scritto sui compiti che questa fase del ciclo vitale di una famiglia prevede e su ciò che accade se quelli delle fasi precedenti non erano risolti, così come sulle conseguenze su adulti e minori di un fallimento dell’acquisizione dei ruoli genitoriali.

L'esperienza adottiva somma a tutto questo le complessità di un figlio generato in altri corpi, in altri Paesi, e che spesso ha già un bagaglio non piccolo di esperienze proprie. Per breve e semplice che la sua storia preadottiva possa essere, l’inserimento prevede sempre una quota di sradicamento, di perdita di legami e abitudini, di cambiamento di quello che è funzionale o meno nel nuovo sistema.

Non di rado i significati attribuiti da genitori, insegnanti, nonni, zii… tutti più o meno preparati, sono differenti da quelli del figlio o dei figli di recente adozione. Manca ancora un linguaggio davvero condiviso, anche quando ci si esprime nello stesso idioma. Se la famiglia, come spesso è definita, è un sistema con storia, dobbiamo pensare che serva tempo per diventarlo.  Anche se sin dal primo giorno il genitore riconosce il bambino come suo figlio, lo fa ad un livello razionale, o nella migliore delle ipotesi in risposta ad un istinto antico a prendersi cura di un cucciolo, anche se non è il proprio.

Allo stesso modo il bambino può affidarsi rapidamente e chiamare subito i neogenitori “mamma” e “papà” ma senza sapere fino in fondo cosa queste etichette significhino. Solo con il tempo la famiglia svilupperà un senso vero di reciproca appartenenza, iniziando a conoscere dettagli e idiosincrasie gli uni degli altri, costruendo esperienze comuni di vicinanza e di condivisione.

Molto spesso invece l’aspettativa, corroborata dalle etichette linguistiche, di essere già da subito famiglia a tutti gli effetti genera fatiche e problemi che potrebbero essere evitati e che talvolta, sfortunatamente, innescano circoli viziosi che portano in terapia o ancor peggio al fallimento adottivo e/o alla separazione della coppia genitoriale. Infatti davanti alla delusione di un’aspettativa tanto a lungo coltivata la tentazione di letture lineari è molto forte, si tende a dimenticare che le relazioni si costruiscono e curano da ambo le parti, pur con compiti e responsabilità differenti.

La visione sistemica ci aiuta in questi casi a tenere “dentro” tutti gli elementi in gioco, in primis genitori e figli, entrambi spesso divisi tra onnipotenza e impotenza, ma anche la scuola, l’intorno sociale, la cultura di origine… poiché non siamo mai quadri composti da un solo colore, bensì continui intrecci di toni diversi, con pennellate a volte più pesanti ed evidenti, altre minime ma non meno significative nel dare equilibrio al quadro complessivo.

Questo sguardo poliedrico, seppure in apparenza più faticoso, una volta allenato permette di navigare anche nelle acque meno tranquille con relativa sicurezza e di capire dove bastano le proprie forze e dove, invece, è utile o necessario un aiuto esterno che ci ridia la rotta o ci traini per un po’, fino ad un porto in cui riposare e fare provviste per la prossima tappa.

venerdì 10 febbraio 2017

Nujevulimm’ ‘na speranza: un'analisi sistemica della serie “Gomorra”

Federica  Giusti , Lara Orsolini , Sara Pellegrini, Chiara Testi, Gianmarco Manfrida 

Estratto dell'articolo presente in Ecologia della  Mente 2015; 38(1):114-122


Gomorra la serie televisiva è un condensato di tipologie di famiglie, stili educativi, relazioni.
Sul piano sistemico, la trama incuriosisce perché affronta tematiche familiari: sia perché tratta di famiglie, sia perché rievoca dinamiche relazionali che, spesso, si incontrano nella pratica clinica.
Facendo una disamina delle modalità genitoriali rappresentate nella serie dalla famiglia Savastano e dalle famiglie che le gravitano intorno, verranno prese in esame le difficoltà relazionali legate ad ognuna di esse, che talvolta ci ricordano le famiglie tradizionali descritte in letteratura.L’intento, quindi, è quello di analizzare ‘O Sistema, ponendo l’attenzione sugli stili genitoriali e sulle possibilità di svincolo che si osservano nella fiction, messe a confronto con quelle che si osservano anche nella pratica clinica.
Già Bronfenbrennerdescriveva l’importanza, nello sviluppo umano, dell’interazione tra individuo e ambiente. Lo stesso, a distanza di chilometri e di anni, seppur su un piano di finzione, sembra avvenire nella serie televisiva Gomorra (Figura 1), dove il microsistema potrebbe essere rappresentato dalla scuola, dal campo giochi e dalla famiglia nei suoi aspetti più tradizionali osservabili in tutte le case della fiction, compresa quella dei Savastano. Il mesosistema, che si definisce nell'interazione tra i microsistemi, nella serie trova una rappresentazione nei reciproci scambi tra famiglie e strada. L’esosistema sembra esprimersi tramite le relazioni che intercorrono tra e nei clan e il macrosistema appare ben rappresentato da ‘O Sistema stesso, ovvero,il sistema valoriale e culturale rigidamente gerarchizzato all'interno del quale si snodano le varie vicende dei personaggi.




Guardando la serie televisiva, abbiamo definito quattro caratteristiche predominanti (Figura 2) che diversamente combinate tra loro, sono alla base di quattro diverse modalità genitoriali.




Protettivo


Permissivo



Emancipante


Che mette a

rischio

Ad oggi, nel nostro paese, sembra continuare a prosperare la modalità che qui definiamo come permissiva-protettiva. Genitori sempre attenti a tutte le richieste, sempre pronti a soddisfare bisogni reali o meri capricci, genitori che mettono i propri rampolli al centro dell'intero sistema familiare e valoriale. Questo meraviglioso mondo incantato assume, però, tinte più fosche se si considera che poi da questo sistema sembra difficile uscire, svincolarsi e trovare la propria individualità.
Infatti, la fase cruciale, rappresentata dal passaggio dalla famiglia verso il mondo esterno, appare ritardata rispetto al passato. Questo avviene sia per il senso di precarietà indotto dalla situazione politico-economica, sia per il senso di protezione e sostegno che, per contro, si trova nella famiglia di origine. Sul piano emotivo, lo svincolo comporta un compito molto impegnativo sia per i figli, che per i genitori, che devono sperimentare vissuti di tristezza, solitudine e vuoto.
Nella stessa serie Gomorra è già presente questa modalità nelle prime puntate, in cui Genny appare come un vero e proprio bamboccione, coccolato e protetto dai genitori. Di svincolo nemmeno a parlarne! Tornando alla famiglia tradizionale, nella pratica clinica, spesso, di Genny se ne vedono tanti.
Ma la famiglia Savastano non è solo questo. Ecco, infatti, che alla carcerazione di Don Pietro, Donna Imma, libera di esprimere la propria competenza genitoriale, decide di mettere in moto l'ingranaggio per l'emancipazione del figlio. Si tratta pur sempre di un'emancipazione all'interno di un clan criminale, che quindi richiede a Genny di fare da garante per gli affari di famiglia con narcotrafficanti privi di scrupoli. Al ritorno dall’Honduras, troveremo un Genny cambiato, maturo, che prenderà il posto e il ruolo del padre. Lo svincolo appare, quindi, possibile, a patto di una mancata autonomia “professionale” all'interno della famiglia nucleare la quale, però, lascia in eredità uno svincolo impossibile, quello da ‘O Sistema. La modalità emancipante-che mette a rischio si esprime, dunque, con uno svincolo che assume i toni negativi dell'abbandono e l'esperienza del distacco avviene in un contesto per niente rassicurante.
Distogliendo momentaneamente lo sguardo dalla famiglia Savastano e mettendo a fuoco il contesto all’interno del quale si dipanano le storie dei personaggi principali, emerge la terza modalità presa in considerazione, ovvero quella permissiva-che mette a rischio. C’è chi gioca a nascondino, chi a un... due... tre stella, e chi gioca a fare il palo, come i ragazzini della serie che imparano i primi rudimenti della malavita e ne introiettano i valori. Questo è il sottobosco di Scampia, composto da tutta una serie di personaggi marginali che sembrano essere, sì, collusi con il clan Savastano, ma come una delle poche possibilità di sopravvivenza. Quindi, la modalità qui rappresentata sembra quella di chi non ha una speranza, nulla da perdere e deve, con ogni espediente, cercare di tenersi a galla tra permissività e rischio. Nella fiction questi ragazzi, sembrano poter agire in maniera autonoma rispetto alla famiglia d’origine, senza poter contare sul sostegno di chi dovrebbe avere un ruolo di accudimento. Nella serie, là dove la famiglia sembra scomparire, almeno nei termini di sostegno, irrompe ‘O Sistema che va a sostituire e a creare una struttura di riferimento tangibile, concreta, per alcuni ragazzi che, altrimenti, sarebbero persi.
Quello che la serie sembra suggerirci è che per ognuno degli stili educativi descritti lo svincolo comporta delle difficoltà; parallelamente, come nella fiction, anche nella nostra realtà le difficoltà di svincolo sono riscontrabili, seppur con contenuti e modalità differenti. Lo stile educativo forse più adeguato sembra presupporre un atteggiamento genitoriale che esprime la tristezza per il distacco del figlio, ma, al contempo, la capacità di tollerare l’inevitabile vuoto ad esso connesso, dando fiducia ai figli. Quando questo è presente, i figli hanno maggiore possibilità di portare a compimento il processo di separazione, rinegoziando le relazioni con i propri genitori, fino a renderle paritetiche e consentendo una visione di questi, non solo come padre e madre, ma come adulti di riferimento con pregi e difetti. Questa è quella che abbiamo chiamato modalità protettiva-emancipante.
Ma come mai è così complesso mettere in pratica una modalità, come quella protettiva-emancipante, che, sulla carta, risulta essere così intuitiva? La domanda è volutamente provocatoria!

Riferimenti bibliografici:
- Bronfenbrenner U. Ecologia dello sviluppo umano. Tradit Loredana Havastja Stefani (a cura di). Bologna: Il Mulino, 1979.
- Scabini E., Cigoli V. Il famigliare. Legami, simboli e transizioni. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2000.
- Malagoli Togliatti M., Lubrano Lavadera A. dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia. Bologna: Il Mulino, 2002.
- Minuchin S., Fishman H.C. Guida alle tecniche della terapia della famiglia. Tradit. Augusto Menzio. Roma: Casa Editrice Astrolabio, 1982.
- Saviano R. Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra. Milano: Arnoldo Mondadori Editore, 2006.
- 'Nto e Lucariello, 2014: Nujevulimme ‘na speranza; colonna sonora “Gomorra- La Serie”.

martedì 31 gennaio 2017

Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere

di Ada Moscarella - Psicologa, Psicoterapeuta


La rassicurante ottica lineare. Poche cose sono rassicuranti come uno sguardo lineare: da A discende B. 
Se rimuovo la causa, eliminerò anche gli effetti.
Quando ci si trova di fronte una persona alcolista, la tentazione è davvero allettante. Lanciarsi alla scoperta delle tragiche cause del bere e dalla catarsi, finalmente, la sobrietà. 
E sembrerà proprio la strategia vincente, il paziente sarà il più collaborativo di tutti, non vedrà proprio l'ora di lanciarsi nel racconto di tutti i disastri che hanno lastricato la via verso le gioie della bottiglia.

Un alcolista inviterà a nozze un terapeuta alla ricerca della “causa”. 
Ma è solo un trucco: lanciarsi nel doloroso passato darà solo l’illusione di un lavoro nel profondo. Quello a cui stiamo collaborando, in realtà, è il grandioso progetto di continuare a bere, e pure sentendosi giustificatissimi a farlo. 

La posizione del terapeuta. E' molto delicata la posizione del terapeuta in questi primi momenti della terapia: dovrà trovare la giusta miscela di accoglienza e fermezza, quella che serve per riportare la persona dipendente nell’immediatezza della sua sofferenza e della sua condizione e della relazione che accade nel qui ed ora.

La relazione. Più dei fatti, in questi casi a contare è la relazione.
Alla base dell’alcolismo sussiste un profondo conflitto tra il bisogno di dipendenza, e annesso senso di inadeguatezza, cui si accompagna un costante bisogno di controllo, che si esprime attraverso sentimenti di grandiosità. (Aurilio, 1989, 2005; Campanelli, 1993;  Cancrini, 2003, 2006; Hendin et al., 1981-82; Labouvie, 1986; Mucelli, Masci, 1996; Newcomb, Bentler, 1986; Ravenna, Nicoli, 1991). 
In questo quadro, l’alcol è come un calmante, che ha lo scopo di placare l’ansia da dipendenza insoddisfatta e che permette l’instaurarsi di un’immagine artificiosa di un sé grandioso. 
Quando poi l’effetto svanisce, riemerge prepotentemente il senso di inadeguatezza, che deve essere di nuovo zittito con una sbronza: si stabilisce così un granitico circolo vizioso (Aurilio, Botticelli et al., 1981; Kessel, Walton, 1978; Zimberg 1985).

Il desiderio. L’alcolismo è la manifestazione estrema del tentativo di realizzare il più antico desiderio relazionale: il controllo sull’oggetto (Aurilio, 2005). Una relazione autentica, però,  presuppone, tra le tante cose, anche la necessità di differire la soddisfazione del desiderio.
Per costruire un legame con gli esseri umani è indispensabile poter sviluppare la capacità di tollerare il tempo di latenza che intercorre tra il bisogno e suo soddisfacimento. 
E' l’accettazione di questa realtà ad aprire all'autenticità con l'altro; ma richiede un impegno profondo e una rinuncia dolorosa: la resa all’impotenza.

La sfida. Un alcolista è un individuo che non si è arreso a questa realtà, ed invece di rinunciare all’onnipotenza, la sfida, e preferisce, infine, rinunciare alle persone pur di non perdere la sua partita.
Il dramma è che nei primi mesi dell’assunzione della sostanza, prima che si innesti un quadro di intossicazione franca, essa realizza appieno questa illusione. Il potere e il controllo sull’oggetto inanimato è assoluto, come assoluta è la soddisfazione del desiderio. 
Nella relazione con l’oggetto inanimato sono assenti tutte le caratteristiche di instabilità e incertezza, proprie delle relazioni umane. La bilancia del potere ci mette un po’ a capovolgersi, ma alla fine accade sempre. Lo scettro passa di mano, «l’oggetto d’amore diventa da divorato il divorante»  e la ricerca di una causa originaria che permette a questo maleficio di compiersi è assolutamente perdente: ogni alcolista ha la sua ottima ragione (Aurilio, 1989, 2005, 2008).

Kronos che divora i suoi figli. Quello che concretamente accade nella vita di chi sviluppa una dipendenza da sostanze è che essa col tempo fagocita tutto ciò che è altro. La sostanza diventa una tiranna ed al contempo l’unica, contorta e malevola, fonte di piacere.
Tutto è vissuto in funzione dell’alcol, che rende chimico e artificioso il mondo circostante, colpendo con più ferocia il mondo relazionale dell’alcolista, che respingerà ogni occasione di autentico confronto e condivisione. Il mondo allora si popolerà di compagni di bevute, di persone disposte ad aderire completamente al suo punto di vista o, all’estremo opposto si sceglierà un isolamento sociale pressoché assoluto. 
La sostanza catalizzerà su di sé gran parte dei discorsi che la persona intrattiene, delle sue emozioni e dei suoi comportamenti; gli altri, anche le figure fino a quel momento importanti, finiranno in qualche modo sullo sfondo, conteranno meno, rischieranno continuamente di diventare pedine di un gioco dove a essere protagonista è la sostanza (Aurilio, 1989; Cancrini, 2003). 
Il braccio di ferro. Il braccio di ferro tra la famiglia e il parente alcolista è la condizione più comune in cui può imbattersi il terapeuta, il quale, se non si lascerà ubriacare dai contendenti, potrà notare che i nodi del contendere sono la sfida, il controllo, la sconfitta.
La sfida dell'alcolista. L’alcolista, man mano che la dipendenza si insinua, sfida e perde la sua battaglia per dimostrare che ha il controllo sulla bottiglia. 

La sfida della famiglia. La famiglia, sempre più allarmata dalle condizioni del congiunto, ingaggia, senza rendersene conto,  una guerra del tutto uguale a quella dell'alcolista: la battaglia del controllo sul parente, nel tentativo di non farlo bere. 
A vincere è la dipendenza. La condizione di alcolista trova alimento nel controllo sempre più capillare effettuato dai familiari. La modalità relazionale sarà tutta improntata all’innalzamento esponenziale di un’escalation simmetrica: tanto più sarà stretta la sorveglianza dei familiari, tanto più l’alcolista vorrà dimostrare che si sbagliano e vorrà sfidare l’alcol per dimostrare a tutti che è un “bevitore normale” (Andreoli, 1986, Aurilio, 1989, 2000; Aurilio, Moccia, 1989; Bateson, 1972; Chianura, Petrozzi, 2005; De Vanna 1974).
La speranza. Indagare il perché si inizi a bere ci porta in luoghi di sofferenza quasi attesi, ma lontani nel tempo e nello spazio. 

La speranza di un cambiamento, invece, può vivere solo in un tempo che è vicinissimo, non è nel passato, dove può facilmente farsi rimpianto e recriminazione da parte del paziente e/o dei suoi familiari, non è nemmeno nel futuro, dove può essere solo illusione. La speranza vive nel presente ed è in questo tempo che il  terapeuta sistemico deve stare insieme al suo paziente.
Le domande allora sono «Perché ora? Perché qui?» e la risposta non dovrà essere colta nei suoi contenuti, ma nei suoi risvolti relazionali (Aurilio 2005). 
Saranno questi, infatti, a dirci quale è il materiale con cui il paziente intende costruire il ponte relazionale con il terapeuta.
Questi pazienti arrivano spesso con qualche giorno, settimana, magari mese di sobrietà da portare in dote: come prevenire, allora, la ricaduta?

La disintossicazione. La fase che segue la disintossicazione fisica è estremamente delicata. Ciò che tiene tutto in bilico sul filo del rasoio è che l’alcol è stato sì tolto dall’organismo, ma permane come elemento intorno al quale è organizzata la vita dell’alcolista, che si ritrova spesso a dover fronteggiare le conseguenze di problemi finanziari e lavorativi derivati dall’alcolismo, senza dimenticare il persistere di tutte le tensioni familiari.

Conoscere per prevenire. La conoscenza delle situazioni e delle condizioni che comportano un rischio di ricaduta costituisce un prezioso elemento preventivo. Sarà indispensabile conoscere, per evitare, determinati stimoli ambientali associati all’alcol, come il ritorno negli ambienti dell’alcolizzazione. Bisognerà poi approntare un sistema di coping che permetta di fronteggiare le situazioni di rischio.
Questo deve prevedere un intervento diretto all’individuo e al suo sistema di appartenenza, per modificarne le regole, ma deve prevedere anche interventi diretti alla ristrutturazione delle abitudini di vita dell’alcolista. Interventi che dovranno essere diretti alla ricostruzione di una vita sociale e all’acquisizione di nuove abitudini. (Alisop, Saunders, Phillips, Carr, 1997; Cibin, 1993; Connors, Maisto, Donovan, 1996; Napolano, 1997).

Mosse controintuitive. L’accoglienza dell’alcol-dipendente è un processo delicato che può prendere le connotazioni di un rifiuto. In molti casi, infatti, può essere più efficace chiudere gli spiragli invece di cercare forzosamente di allargarli. Non bisogna dimenticare che il dipendente è abituato ad ottenere molte cose attraverso l’esibizione del suo bisogno d’aiuto e le sue promesse di cambiamento: accogliere le sue esigenze aprioristicamente significherebbe esclusivamente affogare nel suo sistema di regole, destinandosi a un fallimento quasi certo. Il terapeuta che si ostina in un’accoglienza “a tutti i costi”, lotta più per sé che per la relazione terapeutica, lotta per difendersi dal rischio di perdere il paziente e dalla possibilità di un proprio fallimento e non opera a favore di un cambiamento efficace (Aurilio, 2008; Cancrini, 1982, 2003; Erickson, 1982). Bisogna attrezzarsi per non farsi prendere dall’ansia da prestazione, per non farsi  annichilire dalle richieste disfunzionali del paziente e della sua famiglia, per non lasciarsi spaventare da una cura ad “andamento lento” (Aurilio, 2008; Pazzagli, Rossi, 1991; Racamier, 1980). 

Bisogna sfuggire alla fantasia si salvare il paziente (Whitaker, 1988).

Responsabilità per la cura.  Whitaker spiega che la battaglia per l'iniziativa «serve a far sì che [i membri della famiglia e il paziente] mantengano l’iniziativa nella propria vita e anche per assicurarmi che l’ansia con cui sono arrivati resti lì, che non si liberino dell’ansia per poi crollare, aspettandosi che io [il terapeuta] gestisca il loro mondo. […] non voglio alleviare la loro ansia, voglio che l’ansia diventi l’energia che fa muovere le cose. Poi agirò in modo che questa ansia diventi più produttiva» . 
Affannarci a spegnere il sintomo avrà come unico risultato di lasciarci al buio. Farsi carico completamente della responsabilità del cambiamento significa escludere se stessi e il paziente dalla possibilità di una sobrietà duratura.
«La mia posizione» scrive Whitaker «è quella di sforzarmi di essere disponibile verso la famiglia, senza essere responsabile per loro» . Per fare ciò è necessario condurre con fermezza un’altra battaglia: quella per la struttura, ossia per le condizioni minime necessarie a svolgere il lavoro.

Queste battaglie possono essere vincenti solo se il terapeuta è guidato dalla ferma convinzione che un cambiamento è sì possibile, ma esso non va imposto con la forza, perché, come sosteneva Whitaker: una relazione è utile solo quando questa permette la crescita di tutti gli individui coinvolti ((Whitaker, 1989; Whitaker, Bumberry, 1988).




BIBLIOGRAFIA
Alisop S., Saunders B., Phillips M., Carr A. (1997), «A trial of relapse prevention with several dependent male problem drinkers», in Addiction, 92, 61-73.
Andreoli V., Basile A. (1986) «Alcol e famiglia», Franco Angeli Editore, Milano.
Aurilio R. (1989), «Aspetti psicologici dell’alcolismo», in Spazio Medico, Settembre 1989
Aurilio R. (2000), «Le dinamiche familiari disfunzionali nell’alcolismo femminile», Ed. G. De Nicola, Napoli.
Aurilio R. (2005), «Aspetti psicologici e psicoterapeutici dell’alcolismo», in Atti del Convegno “Alcolismo: aspetti sanitari e socio-educativi”, Napoli, 2005.
Aurilio R. (2008), «Dipendenze patologiche: curatori e curati, questione di…», in Chianura P., Schepisi I., Dellarosa A. C., Menafro M., Peruzzi P. (a cura di) «Le relazioni e la cura. Viaggio nel mondo della psicoterapia relazionale». Franco Angeli, Milano.
Aurilio R., Botticelli M., Giurazza R.D., Labello A., Paura A. (1981), «Alcolismo: considerazioni sulle componenti psico-sociali del fenomeno», in Panorama Sanitario, Fasc.VI, pp.1-12.
Aurilio R., Moccia G. (1989), «La struttura familiare del paziente alcolista», in Spazio Medico, Quaderni Monografici, Gennaio 1989.
Bateson G. (1972), «Steps to an Ecology of Mind». Chandler, S. Francisco. Tr. It. «Verso un’ecologia della mente». Adelphi, Milano.
Campanelli M. (1993), «Strutture di personalità dei tossicodipendenti», I Congresso Nazionale Comunità «La Fenice» su La Riabilitazione e il reinserimento sociale dei tossicodipendenti: esperienze e metodologie a confronto. Loseto (Bari), 5-7 Novembre.
Cancrini L. (1982), «Quei temerari sulle macchine volanti. Studio sulle psicoterapie dei tossicomani», Nuova Italia Scientifica.
Cancrini L. (2003), «Schiavo delle mie brame. Storie di dipendenza da droghe, gioco d’azzardo, ossessioni di potere». Frassinelli Editore.
Cancrini L. (2006), «L’oceano borderline – Racconti di viaggio», Raffaello Cortina Editore, Milano.
Chianura L., Petrozzi M. (2005), «Famiglia e tossicodipendenza», in Chianura P., Balzotti A., Chianura L., (a cura di), (2005), «Comorbilità psichiatrica ed abuso di sostanze», Franco Angeli, Milano.
Cibin M. (1993), «Craving: physiopathology and clinical aspects», in Alcologia, 5:257-60.
Connors G. J., Maisto S. A., Donovan D. M. (1996), «Conceptualizzation of relapse: a summary of psychological and psychobiological models», in Addiction, 91 (suppl.) 5-13.
De Vanna M. (1974), «La famiglia dell’alcolista», in Minerva Psichiatrica e Psicologica, n.15, pp.75-102.
Erickson H. M. (1982), «My voice will go with you. The teaching tales of Milton H. Erickson», a cura di Rosen S., M.D., Trad. it. «La mia voce ti accompagnerà. I racconti didattici di Milton H. Erickson», 1983, Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma.
Hendin H., Pollinger A., Ulman R.B., Carr A.C. (1981-82) «The functions of mariujana abuse for adolescents», in America Journal of Drug and Alcohol abuse, VIII, 4, pp. 441-456.
Kessel N., Walton H. (1978), «L’alcolismo», Feltrinelli.
Labouvie E.W. (1986) «Alcohol and marijuana use in relation to adolescent stress», in The International Journal of the addiction, XX, 2, pp. 333-345.
Mucelli R., Masci G. (1996) «Tossicodipendenze: curare, guarire, assistere». Milano, Angeli.
Napolano F.C. (1997), «Fenomenologia della ricaduta», in AA.VV. Capitan Uncino, Edizioni ASL CE/1, Caserta.
Newcomb M.D., Bentler P.M. (1986), «Consequences of adolescent drug use», Beverly Hills, Calif. Sage, Newcomb, M.D. e Harlow L.L.
Pazzaglia A., Rossi R. (1991), «Schizofrenia: cronicità o bisogno inappagabile?», Il Pensiero Scientifico Editore, Roma.
Racamier P. C. (1980), «Les schizophrenès», Payout, Parigi, 1980. Trad. it. «Gli schizofrenici», Raffaello Cortina Editore, Milano, 1983.
Ravenna M., Nicoli M.A. (1991), «Iniziazione nell’uso delle droghe pesanti e leggere: analisi di sequenze discorsive» in Giornale Italiano di psicologia, XVIII, 3, pp. 473-489.
Whitaker C. (1989), «Midnight musing of a family therapist», Norton Company, New York. Trad. it. (a cura di M. O’ Ryan) «Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia», Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, 1990.
Whitaker C. A., Bumberry W. M. (1988), «Dancing with the family – A simboli-experential approach», Brunner/Mazel, New York. Trad. it: «Danzando con la famiglia – Un approccio simbolico esperienziale», 1989, Astrolabio, Roma.
Zimberg S. (1985), «Principles of alcholism psychoterapy», in S. Zimberg, J. Wallace, S. Blume (a cura di) «Pratical approaches to alcholism psychotherapy» (seconda edizione), New York: Plenum Press, 1985, pp. 3-18.

sabato 12 novembre 2016

"e di che cosa avete parlato?"

Breve recensione del Libro “Conversazioni sulla psicoterapia” di Luigi Cancrini, Giuseppe Vinci (Alpes Italia, 2013)

di Valentina Albertini, Psicologa Psicoterapeuta



Una volta ho partecipato ad una bella cena fra colleghi, persone che avevano già condiviso un percorso di studi, e al momento condividevano un lavoro, degli obiettivi, un senso comune nel fare le cose. Durante quella cena, come spesso accade, parlammo molto di ”psicocose” e scivolammo pian piano in una conversazione particolare e molto stimolante. Finimmo infatti a parlare del nostro fare terapia, ma anche del nostro diventare, e in parte essere, terapeuti. Come stavamo svolgendo il nostro lavoro, la forza che ci guidava, le paure che ci frenavano. In un’atmosfera di attivo rilassamento, ognuno contribuiva con un pensiero, una riflessione, tutti a loro modo generali ma al contempo essenziali e puntuali. Tornata a casa, ho raccontato quanto fosse stata interessante quella cena, quanto avessi colto da quella conversazione così generale e personale, quanto fosse stato importante trovare uno spazio di riflessione informale così arricchente. Subito, è arrivata la domanda “di che cosa avete parlato?”. E io non ho saputo rispondere. Perché in quella cena avevamo parlato davvero del nostro piccolo tutto, ma dire “di tutto” era troppo squalificante perché sembrava un modo diverso di dire “di niente”, e non era così. Però mettersi a spiegare di cosa avevamo parlato voleva dire ripetere tutta la cena, perché ogni frase era stata importante e il riassunto sembrava una banale riduzione e non avrebbe reso onore alla serata.

Ecco la difficoltà di trasmettere i contenuti di una bella conversazione. La stessa difficoltà la incontro adesso a scrivere una recensione del libro “Conversazioni sulla psicoterapia” (di Luigi Cancrini e Giuseppe Vinci, Editore Alpes Italia, 2013). Si tratta di  una lettura allo stesso tempo scorrevole e complessa, aggettivi che secondo me sono difficili da affiancare quando parliamo di testi professionali. Gli autori sviluppano il testo come una reale conversazione, una discussione fluida in cui uno propone un argomento e l’altro offre il proprio punto di vista, e viceversa, in uno scambio continuo e articolato. Un punto di vista fatto di conoscenza professionale, di esperienza lavorativa, di studio, ma anche di vita e di esperienze personali. Non è un libro su come si fa terapia: è un libro su cosa vuol dire essere terapeuti.

Cancrini e Vinci ci fanno entrare nella loro conversazione e ci parlano di cosa significhi oggi fare la nostra professione, di come si può diventare un buon terapeuta, di come questo lavoro si inserisca in maniera strutturale nella storia personale e quindi dello sviluppo di quella stessa storia sia in parte responsabile.

Riflettono insieme su cosa sia il cambiamento e su quanto sia difficile aiutare le persone a cambiare, cambiando allo stesso tempo noi stessi. Si interrogano sulla difficile relazione fra psicoterapia e medicina, e fra psicoterapeuti e medici. Fanno delle riflessioni sul concetto di etica e responsabilità, e poi ci portano nella cruda realtà delle carceri, degli Opg, passando attraverso un percorso storico sulla Legge 180 e sul contributo dato dall’approccio sistemico-relazionale a questo cambiamento, che non si è ancora concluso. Parlano della crisi delle coppie e delle famiglie di oggi, di come sia cambiato l’essere genitori e come questo si rifletta sui figli e sullo sviluppo delle loro personalità. Questo libro è inoltre una conversazione sul nostro essere uomini e donne che attraverso la terapia hanno scelto un lavoro, ma anche una cura. Come dicevo, parla del “nostro tutto”. E questo è veramente lontano dal generico “tutto e niente”.

Durante l’ultimo congresso SIPPR sono rimasta molto colpita da una frase detta da qualcuno (non ricordo chi, e me ne scuso) durante la plenaria di apertura: “non siamo persone eccezionali, ma persone normali che fanno un lavoro eccezionale”. Queste parole le ho accolte come una motivazione e, confesso, con un sospiro di sollievo, perché ci troviamo di fronte alle responsabilità forti che il nostro lavoro comporta, e sapere che puoi permetterti tutta l’umanità che hai (che però, come ci ricordano Vinci e Cancrini, devi conoscere a fondo), è stato un conforto e una nuova spinta.           
Oggi, dopo aver letto “Conversazioni sulla terapia” mi sento ancora più motivata, ma anche più confortata. La strada è lunga, va percorsa un passo alla volta perché durerà tutta la vita.

Per fortuna l’ottica sistemico-relazionale ci obbliga a stare nel mondo e a comprenderne la storia, e i nostri pazienti ogni volta ci insegnano qualcosa. Ma è fondamentale sapere che chi ha più esperienza è lì, pronto a guidarci e aiutarci. Perché noi terapeuti siamo persone normali che hanno avuto maestri eccezionali. Anche se loro non sempre lo sanno. 

martedì 8 novembre 2016

Tra fondamentalismo e solipsismo: Beethoven, Goethe, Kundera…e i terapeuti di fronte alla dea senza sorriso.

Gianmarco Manfrida

Psichiatra, Psicologo, Psicoterapeuta


Che cos'è  il fondamentalismo?
Una definizione dal Dizionario di Filosofia Garzanti:
“Oggi il termine fondamentalismo si riferisce soprattutto a quelle tendenze emergenti – nel cristianesimo, nell'ebraismo e nell'islamismo – caratterizzate da una reazione contro la modernità. L’accettazione, se pur critica, del processo di secolarizzazione, come gli sforzi del pensiero e della prassi religiosi di dare una risposta nuova agli interrogativi e ai problemi del mondo moderno sono considerati dai fondamentalisti un tradimento del dato rivelato e dunque causa dei mali del presente ”.

E il solipsismo?
“Dottrina filosofica che sostiene l’evidenza assoluta, ma anche invalicabile, dell’io individuale (‘solus ipse’) o dei contenuti di coscienza. Ne deriva un idealismo soggettivo che nega la realtà (o la possibilità di dimostrare o attingere la realtà) del mondo esterno e degli altri soggetti.”

E che cosa c’entrano queste definizioni contrapponibili (il mondo è come tradizionalmente descritto da altri-il mondo è come lo vediamo noi) con i terapeuti relazionali? Non saranno solo una parola di attualità politico-sociale il primo, una vuota esibizione di cultura il secondo?
Credo proprio di no, e con questo intervento ho intenzione di sostenere che l'antinomia fondamentalismo-relativismo è un elemento costituente di tutte le formazioni e attività psicoterapeutiche.

Inizio con il presentarvi un fondamentalista.    
Come, fondamentalista Beethoven, il genio musicale autore dell’ Inno alla Gioia, simbolo dell’ Unione Europea? Pare incredibile, eppure Beethoven è stato considerato un fondamentalista ai suoi tempi e anche in epoche a noi molto più prossime, naturalmente non nel senso religioso, ma di un personaggio che vuole tener fede con eccessiva rigidità a certi ideali, che considera universali e fondamentali. Ve lo dimostro.

2 Settembre 1812: lettera di Goethe, che ha frequentato Beethoven in un soggiorno nella località termale di Toplitz, all’amico Zelter:
“Ho imparato a conoscere Beethoven. Il suo talento mi ha sconvolto; sfortunatamente, però, egli è una personalità del tutto senza freni. Senza dubbio, non ha torto a trovare il mondo detestabile; però, così facendo, non lo rende affatto migliore né per sé né per gli altri. ”

9 agosto 1812: lettera di Beethoven agli editori Breitkopf e Hartel:
“A Goethe garba troppo l’aria di corte, più che a un poeta non si convenga.”

Luglio 1812: lettera, di discussa attribuzione, di Beethoven a Bettina Brentano, fan decisa a legare il suo nome nella storia a quello dei due grandi:
“Carissima e buona amica, re e principi possono ben creare dei professori e dei consiglieri segreti e appendere loro titoli e decorazioni, ma non possono creare dei grandi uomini, degli spiriti che si innalzano al di sopra della turba del mondo.... Quando due uomini come Goethe ed io si trovano insieme, questi gran signori debbono rendersi conto di quel che è per noi la grandezza. Ieri Goethe ed io, tornando a casa, incontrammo la famiglia imperiale al completo; la vedemmo venire da lontano e Goethe lasciò il mio braccio per fare ala; ebbi un bel dirgli che non volevo, ma non mi riuscì di farlo muovere. Io allora mi calcai il cappello in testa e col cappotto abbottonato e le braccia conserte continuai il mio cammino. Molte persone del seguito si sono scostate al mio passaggio, l’arciduca Rodolfo si è tolto il cappello, e anche l’Imperatore mi ha salutato per primo. Tutta la processione è sfilata davanti a Goethe che stava col cappello in mano in un profondo inchino. Dopo gli ho dato una lavata di capo, non l’ho scusato: gli ho rimproverato tutti i suoi torti.”


1990: Milan Kundera, in “L’immortalità”, riprende questa storia e ne dà una versione
postmoderna, di epoca diffidente per le proposizioni morali e refrattaria ai grandi ideali:
“L’ originale di questa lettera, datata 1812, non è mai stato trovato...Ma anche se la lettera era un falso o lo era solo in parte, l’aneddoto affascinò tutti e divenne famoso. E di colpo tutto fu chiaro:…..mentre Beethoven, il ribelle, va avanti con il cappello ben calcato sulla fronte e le mani dietro la schiena, Goethe, il servile, si inchina umilmente al margine del viale.”
   Anche i contemporanei del resto trovavano Beethoven eccentrico e “diverso”.
Da giovane viene così descritto da una pianista: “ Di solito quando veniva da noi faceva prima capolino all'uscio per assicurarsi che non vi fossero persone antipatiche. Era piccolo, massiccio, brutto, pieno di cicatrici di vaiolo, capelli nerissimi, vestito molto comunemente, del tutto privo di quell'accuratezza d’uso nei nostri circoli. Poi parlava un dialetto fortemente renano con espressioni non molto scelte: in complesso nulla, all'esterno, di qualche compitezza, anzi poco gentile nei movimenti e nel contegno.” 

Negli ultimi anni peggiora: “Non picchiare la cuoca, potresti avere delle noie con la polizia”, scrive un amico su un quaderno a Beethoven ormai sordo: altri comportamenti sono altrettanto eccentrici, dalla quantità incredibile e continua di traslochi al tirare le uova andate a male contro i muri di casa al distillare il caffè in un alambicco di vetro al camminare per le strade sporco e trascurato, gesticolando e parlando da solo, all'uscire raramente dal suo alloggio, che il raffinato Rossini descrive con toni di orrore e il cortigiano Cherubini definisce “una tana per gli orsi”. O compone o è indaffarato tra pentole e pentolini, con addosso una vecchia veste da camera, la testa coperta da un berretto da notte e ciuffi di cotone imbevuti d’olio negli orecchi; ma sul tavolo sta sempre un busto di Bruto, l’eroe tirannicida per obbligo morale.

   Il commento di un critico (Mugnaini), a indicare la novità assoluta del compositore: “Se Mozart, non diversamente da Goethe, sembra mettere in una forma le immagini della sua fantasia e inserirle entro schemi compositivi i quali, pur animandosi al contatto di quella viva materia, conservano alcunchè di precostituito e di astratto, Beethoven plasma nella Sonata una nuova forma a immagine e somiglianza dell’idea con cui egli totalmente si identifica.”  Alle idee si deve adeguare la forma, non l’inverso…una derivazione filosofica rivoluzionaria per l’epoca. Prima la sostanza, poi l’espressione…si comprende come le partiture autografe di Beethoven siano piene di correzioni mentre quelle di Mozart quasi perfette, come la composizione sia uno sforzo continuo anche quando si passeggia, con l’idea musicale che viene continuamente scavata e lavorata per trovare l’espressione che la renda, anzi la RENDA, in tutta la sua pregnanza, immediatezza, forza intellettuale ed emotiva. Prima c’è l’idea, il resto segue; come per Kant, una passione filosofica di Beethoven, prima ci sono le categorie, poi prendono forma i pensieri.

Da dove viene questo orgoglioso bisogno di coerenza?
Nel 1801 Beethoven è affermato, come scrive all'amico medico Wegeler:
“Le mie composizioni mi rendono molto…non si discute più con me: io chiedo e mi si paga…” Nella stessa lettera appare però una preoccupazione: “Un demone invidioso, la mia cattiva salute, mi ha gettato una mala pietra tra i piedi; voglio dire che da tre anni il mio udito si è fatto sempre più debole…le mie orecchie ronzano e rombano di continuo giorno e notte. Conduco una vita di miseria; da quasi due anni evito ogni compagnia, perché non mi è possibile dire alla gente: sono sordo. Se avessi qualche altra professione, la cosa sarebbe più facile, ma con la mia professione questa è una condizione terribile! Ora, cosa accadrà, lo sa il Cielo”. 

Del 1802 è una profonda crisi testimoniata da una lettera ai fratelli in cui possono anche adombrarsi idee di suicidio: il famoso Testamento di Heiligenstadt.
   In realtà Beethoven non è rassegnato, e questa lettera resta in un cassetto segreto dello scrittoio fino all'indomani della morte, il 23 marzo 1827. Da questi anni di crisi, testimoniati anche da una riduzione della produzione, Beethoven esce appigliandosi alla filosofia Kantiana: l’uomo deve superare se stesso, deve andare al di là dei propri limiti, non disperdersi nella quotidianità superficiale (per lui del resto impossibile) ma concentrarsi sul raggiungimento di una meta ideale, che per lui è una produzione artistica capace di trasmettere il valore di un’idea filosofica romantica di fratellanza e di pace universale. Con espressioni diverse, dall'intimo allo spettacolare, e con mezzi formali diversi, Beethoven si impone di testimoniare moralmente il dovere di trascendere i propri limiti a livello individuale e universale del genere umano. Tutto quel che fa si collega all'idea di avere una missione da compiere, e questa idea lo rende anche ostinato, dogmatico con il nipote, lamentoso e litigioso, autorizza anche i suoi scoppi d’ira: si può ben essere misantropi per troppo amore dell’umanità! E vivere in una tana da orsi se quel che conta è lo spirito e quel che si produce; e avere il diritto di tenersi il cappello in testa di fronte all'imperatore per punto di impegno, invece di comportarsi civilmente come Goethe, che non ha tanta necessità di coerenza tra moralità personale e una professione di fede nel superamento dei limiti, nel Faust, simile a quella di Beethoven.

E’ per questo aspetto “ideologico” intransigente e per il mito che vi si crea intorno, ma che non è infondato, per la presenza del suo busto come ispiratore ideologico sul pianoforte di Schroeder nei Peanuts, che Beethoven attraversa periodi storici in cui è antipatico: a Kundera, ad esempio, ma anche ad Auric, Janacek e Ravel che nel primo dopoguerra espressero ciascuno a modo suo pesanti considerazioni sui significati extramusicali della sua musica, accusandolo di aver coperto le deficienze sul piano  compositivo con una immagine di rivoluzionario impegnato.  Forse è il mondo che alterna tra leggero e pesante, tra vivere quotidiano e ideale, e in genere ai periodi di impegno seguono altri di disimpegno: Ravel e gli altri parlavano nel 1922, dopo la prima guerra mondiale, e oggi Beethoven sconta i successi degli anni ’70, dominio delle interpretazioni ideologizzate, con nuove filologicamente perfette nella forma e inconsistenti nella sostanza, il contrario di quel che desiderava l’autore.

   Goethe, Kundera, Ravel ecc. sono dunque dei codardi rinunciatari? No, sono persone che non si danno troppa importanza, realisti che ne hanno viste tante da essere divenuti diffidenti di fronte alle pretese di cambiare il mondo. Pensano che ognuno ha il suo punto di vista, che si può dire quel che si pensa senza sentirsi obbligati ad esserne sempre all’altezza, che essere educati è già qualcosa e levarsi (o mettersi) un cappello non è poi una tragedia morale, che non far male è già molto, far bene ad altri difficile, rischioso e un po’ presuntuoso. Non saranno solipsisti, ma certo non sentono il bisogno di Beethoven di trovare un senso alla vita per superare il dolore. Una necessità che però noi troviamo nei nostri pazienti, e che ci costringe a prenderci carico spesso non solo dei loro sintomi, ma delle loro vite.

   Eccoci finalmente al dilemma del terapeuta: essere un sospetto fondamentalista, che tenta di trasmettere dei punti di vista propri e dei valori che ritiene validi in generale e utili nel caso specifico, o un distaccato solipsista, convinto che non è possibile, certo non corretto, convincere altri a cambiare le proprie idee, e che al massimo può essere legittima la  curiosità? La terapia è sempre possibile ed il suo successo responsabilità del terapeuta, come diceva da fondamentalista Don Jackson negli anni ’60, o è solo conversazione da cui ci si augura emerga, per puri motivi interni al sistema familiare e indipendenti dal terapeuta, un qualche imprevedibile cambiamento positivo? Riconosciamo nella prima posizione quella di un modernismo fiducioso nella razionalità e nell’impegno umano, ansioso di superare rapidamente i limiti delle situazioni, espressione delle origini delle terapie relazionali, la cui bibbia non per nulla è la Pragmatica della Comunicazione Umana con i suoi rigorosi assiomi della comunicazione; nella seconda i dubbi di un solipsismo postmoderno che fornisce maggiori complessità teoriche ma poche tecniche pratiche, dominante come seconda cibernetica, sulla scia delle teorie di Maturana, Varela e Prigogine, dagli anni ’80,
in cui si postula (Goolishian) che è sempre e solo il paziente, individuo o famiglia, l’autore responsabile di qualsiasi eventuale cambiamento.

Anche in psicoanalisi del resto da una iniziale fase trionfalistica, caratterizzata da analisi brevissime e successi clinici eclatanti, si passò dopo alcuni anni a pretese più moderate e ad analisi teoricamente interminabili. Come mai questa oscillazione così frequente in psicoterapia tra onnipotenza e impotenza, responsabilizzazione e deresponsabilizzazione del terapeuta, pretese fondamentaliste e relativismo radicale fino a rischi solipsistici?

Credo che la risposta sia nell'ambito clinico e nella prassi quotidiana: pensare che tutto è possibile o che niente dipende da noi sono maniere equivalenti per sollevarci dal confronto costante caso per caso e minuto per minuto con l’impegno ed i limiti della nostra capacità di curare, cioè cambiare, gli altri. 
Nella realtà di tutti i giorni infatti noi abbiamo un peso, variabile, per chi ci cerca; abbiamo delle capacità di persuasione, di indirizzo, di influenzamento, anche se limitate volta per volta da fattori storici e contestuali aleatori che riguardano i pazienti e noi stessi. Le mie preoccupazioni sentimentali possono, ad esempio, influenzarmi nella capacità di rispondere ai bisogni di attenzione del cliente; la impossibilità di coinvolgere i suoi genitori per qualsiasi motivo, fisico o relazionale, può impedirmi di prendere alcune strade. Non esistono regole generali, fondamenta create da altri su cui appoggiarsi con sicurezza; ma nemmeno vogliamo e possiamo credere che la nostra presenza sia solo una occasione fortuita per il possibile, nemmeno probabile, cambiamento di una inconoscibile e incondivisibile realtà altrui. Siamo costretti lavorando a prendere ogni volta una posizione morale fondata sull'autocritica e sull'assunzione di responsabilità: a porci domande stressanti e logoranti di questo tipo: “Sto facendo tutto quel che posso per queste persone? Riesco a indirizzarle nella direzione che a me pare giusta per loro? Sono sicuro che non sia tale solo per me e che sia una soluzione possibile per loro? Sono certo che questa terapia risponde ai loro interessi prima che ai miei? Lascio comunque a loro l’ultima parola sulle scelte di vita, senza negarmi la parte che ho avuto nel suggerire più o meno esplicitamente altre soluzioni? Ho utilizzato tutte le tecniche a mia disposizione per indirizzarli efficacemente ma non forzatamente dove ritengo che sia meglio per loro? Ho fatto dall'inizio un contratto anche implicito  in cui ho detto come vedevo la situazione e ho ottenuto fiducia e autorizzazione a cambiarla come genericamente concordato insieme?”

Non solo è una gran quantità di domande, ma sono tutte da portarsi dietro costantemente e da aggiornare ogni poco: non per nulla la vera psicoterapia è un mestiere solitario, coraggioso e a rischio di burn-out, e  la rara qualità che colpisce in una personalità terapeutica è la capacità di farsi carico delle situazioni, di essere interessati e di partecipare attivamente ma con rispetto alla vita altrui.
Per lavorare da terapeuti, insomma, ci vuole una grande passione per la responsabilità, che qualcuno può vedere anche come bisogno di sentirsi utili e importanti, che i fondamentalisti possono criticare come eccesso individualistico e i solipsisti come pretesa di onnipotenza, ma che è di grande conforto a chiunque abbia bisogno di aiuto. Se un tubo in casa perde, non cerchiamo il massimo esperto di tubazioni o l’impresa più affermata, ma l’idraulico affidabile che ci garantisce di occuparsene nel modo più rapido ed efficace; e si tratta solo di un tubo, figuriamoci quando i problemi sono di vita e di relazione.

Negli ultimi anni le terapie relazionali stanno tornando alla clinica e sembrano meno ansiose di appoggiarsi a modelli teorici fondamentalisti o radicalmente costruttivisti; non so se l’ultramoderno sarà il prossimo modello ispiratore, ma mi fa piacere il recupero che propone di una dimensione etica pratica, concreta, attualizzata nella vita, e nelle terapie, di tutti i giorni, come pure la proposta di credere in alcuni principi e di agire conseguentemente pur senza prescindere da un realistico relativismo. Spero che questo approccio che ci sfida ad accettare i nostri limiti  ed evitare le lusinghe alterne del fondamentalismo e del solipsismo, possa esserci di aiuto per conquistare, come dice Nikos Katzantzakis,  “quel potere dell’anima che non si degna di ingannare se stessi o altri ed ha sempre il coraggio di guardare in viso la Dea che non concede favori e non siede ai piedi di nessuno, la dea senza sorriso: Responsabilità"









L’ Artusi, la nouvelle cuisine e la psicoterapia: conservazione, innovazione e mode in terapia relazionale.

Gianmarco Manfrida

Psichiatra, Psicoterapeuta, Psicologo


Fatta l'Italia, erano da fare gli italiani …e Pellegrino Artusi dette il suo contributo raccogliendo in epoca risorgimentale il primo ricettario nazionale, pieno di ringraziamenti a signore di località esotiche come la Sicilia o di casa come la Romagna, che gli fornivano le ricette su cui costruire una salda identità gastronomica italiana  giunta a noi attraverso nonne e madri. Grazie a lui, l’amatriciana è una ricetta nazionale…e sarde in saor e caponata di melanzane fanno  parte della nostra identità condivisa di italiani, confermata da menù di ristoranti, rubriche di cucina e trasmissioni televisive.

Il modello psicoterapeutico familiare-relazionale- sistemico  è  riconosciuto tra quelli fondamentali in Italia e in molti paesi, ma… non sono sicuro che  il popolo dei terapeuti relazionali si sia effettivamente costituito in una sicura identità. Dice Juan Luis Linares che inizialmente ci unificava una posizione alternativa, iconoclasta, di innovatori del settore psicoterapeutico e della salute mentale, ma che basarsi su una identità rivoluzionaria dopo quaranta anni, con capelli bianchi, pancette e acciacchi vari ci rende preoccupantemente simili  agli irriducibili nostalgici dell’ ideologia comunista, che però almeno la loro rivoluzione l’hanno portata avanti più di noi…
 
 In un numero del 2005 del Psychotherapy Networker (non per niente così ribattezzato nel 2001 dall’ originario  “Family Therapy Networker”), dal titolo “Cosa mai è successo alla terapia familiare?” la risposta viene data  già nel sottotitolo, “la rivoluzione degli anni ’70 rientra nei ranghi”. Peter Fraenkel si interroga sul perché: “Forse la terapia familiare non ha compiuto quel che era il suo obiettivo perché il nostro cliente originario- la famiglia- è oggi sottoposta a pressioni e sconvolgimenti indescrivibili. Forse abbiamo semplicemente percorso un ciclo di vita comune per i movimenti visionari – dalla megalomania iconoclasta alla frammentazione interna alla diffusione culturale. Forse il nostro rendimento è stato inferiore alle promesse. Forse l’ industria farmaceutica ci ha schiacciato. Forse siamo caduti preda dell’ illusione del singolo fattore eziologico,guardando attraverso il buco della serratura al microsistema familiare e  ignorando il potere plasmante di sistemi biologici interni e di attaccamenti infantili precoci.” Il risultato è, come dice nell'editoriale Richard Simon, che la terapia familiare ormai  è  “…solo un’altra specializzazione, né più né meno innovativa di uno qualsiasi dei tanti metodi sul mercato della psicoterapia”, e che Fraenkel dichiara di trovare più partecipanti ai seminari che svolge all'estero che negli Stati Uniti.

   Del resto, con gli antichi romani e il rinascimento sono scomparse anche delle tradizioni gastronomiche, e oggi nessuno va pazzo per le murene annegate nel vino o per i pavoni ripieni.
   In Italia e in Europa la situazione è un po’ diversa; forse le tradizioni sociali meno fondate sulla competizione e l’individualismo, forse l’aggiunta trasformista e gattopardesca dei termini sistemico e relazionale ci hanno preservato dall'estinzione? O stiamo ancora elaborando in modo meno rivoluzionario e appariscente, seppur confuso e disordinato, un ricettario originale?
   Guardiamo un po’ le nostre ricette più famose degli ultimi decenni cercando di valutarne il valore, di distinguere ingredienti fondamentali e tecniche di cottura sperimentate da sovrapposizioni superficiali volte a solleticare il gusto dei clienti e da preparazioni surgelate di facile riproducibilità ma bassa qualità. Il primo passo consiste nello scremare gli ingredienti utili da quelli che si sono sovrapposti per mode momentanee; ma che cosa sono,da dove vengono queste mode che dominano per periodi più o meno lunghi all'interno di gruppi e movimenti di ogni tipo,  non solo di psicoterapeuti, ma anche di farmacologi e di scienziati?
   Racconta Giacomo Casanova  che nel 1750 ebbe occasione di assistere alla cena della regina di Francia, attorniata da un gruppo di nobili: “…accompagnando gli occhi col girar lento del capo …scorse in un istante tutto il circolo, poi fermatasi su un signore…,quello forse al quale solo era a lei conveniente far tanto onore, dissegli in chiara voce: “Io credo, signor Lowendal, che una fricassea di pollo sia il migliore di tutti i cibi”. Egli, avanzatosi di tre passi…,rispose con voce sommessa, serio e guardandola fisso, ma col capo chino: “Tale, maestà, è il mio parere”. Detto questo tornò, tenendosi curvo in punta di piedi e camminando all'indietro, al luogo dove era, e il pranzo si concluse senza che si pronunziasse più parola”. Per il mese successivo, Casanova riferisce di aver sempre trovato, dovunque fosse invitato, fricassea di pollo a pranzo, presentata come un piatto di difficilissima esecuzione e raffinatissima qualità…
   Non tutti hanno la fortuna di assistere così direttamente alla nascita di una moda ed io non sono in grado di precisare quali siano le maestà che le impongono in terapia relazionale. Ricordo però molte ricette che hanno spopolato in certi periodi: il capretto espiatorio, la lingua sistemica, l’uso dello spazio, l’estetica del cambiamento, la prescrizione in salsa paradossale, invariabile o di potere, lo sforzo epistemologico, la differenza di genere, la co-cottura (pardon, costruzione…) della realtà, l’ individualità del terapeuta, il joining e la circolarità…
   Ogni gruppo sociale secondo Berger e Luckmann (1966) si identifica in alcune premesse fondamentali condivise (socializzazione primaria) e in convinzioni più specialisticamente differenziate (socializzazione secondaria), che si mantengono ambedue attraverso il meccanismo interpersonale della conversazione banale  quotidiana; questa tuttavia diviene più esoterica via via che il gruppo di appartenenza é più ristretto e bisognoso di una propria definizione rispetto al resto del mondo. Tra esseri umani  utilizziamo un linguaggio appreso da piccoli e modificato congiuntamente nell’ interazione quotidiana, diretta ma anche legata agli stimoli delle comunicazioni di massa (es. “strambare” sanno tutti cosa vuol dire quando c’è la coppa America…) ; tra militari si usa un linguaggio da caserma , ricordo che quando ero ufficiale il cerotto era lo “spara drappo”; tra militari di cavalleria piuttosto che di fanteria abbondano termini legati alla cura degli equini, sono in uso imprecazioni riferite agli escrementi di cavallo e proverbi tipo “alle donne occorre far sentire gli speroni…”.
    Noi psicoterapeuti abbiamo delle conoscenze condivise che sfuggono alla gente normale, ad esempio la differenza tra psicologi psichiatri psicopedagogisti e psicoanalisti; con i nostri clienti creiamo un linguaggio  ricco di termini come “percorso” , “rapporto di dipendenza” e “vissuto abbandonico”, e riconosciamo dai termini usati il genere delle loro precedenti esperienze terapeutiche; a un livello ancor più specifico, parlando tra noi relazionali, arriviamo alle vette dell’esoterismo  utilizzando un linguaggio tecnico comprensibile quasi solo a noi stessi, in cui fanno capolino (dalle prime righe di un articolo)  “mobilità intersistemiche”, “legami vincoli e relazioni” e “appartenenze diverse sperimentate con il passaggio dalla propria famiglia agli altri sistemi relazionali”.
    Non c’è niente di anomalo o di strano in questa “socializzazione” secondaria del terapeuta, che passa attraverso un lungo e impegnativo periodo di training volto ad acquisire con molti sacrifici un senso di appartenenza e un linguaggio condiviso, SALVO il rischio di perdere capacità di condividere  il linguaggio degli estranei al proprio circolo, diventando un po’ troppo autoreferenziali…magari senza nemmeno accorgersene. A questo rischio  fa da contrappasso quello di vedere il proprio  linguaggio così banalizzato e popolarmente intelligibile (Moscovici, 1988)  da non consentire più una identità del gruppo: forse quello che  è capitato alla terapia familiare negli U.S.A.
   E quale sarebbe allora  la funzione delle mode all’ interno dei gruppi come il nostro? Probabilmente quella , rinnovando periodicamente aspetti del linguaggio esoterico, di mantenere l’ identità del terapeuta, preservandola dalla volgarizzazione… Se si eccede d’altra parte in chiusura e incomprensibilità, attraverso un alternarsi di mode che non lasciano tracce se non nella memoria degli anziani, si perde di rilevanza e si rimane un gruppo ristretto e socialmente poco incisivo.
    Inoltre, le mode possono aprire dialoghi con altri gruppi, creando strutture di sostegno e legittimazione  reciproche: la prima cibernetica con le scienze della comunicazione (parole chiave: doppio legame,capro espiatorio, assiomi della comunicazione,parlare sistemico,funzione del sintomo…), la seconda con i biologi e i costruttivisti (conversazione, co-costruzione della realtà, interazione non istruttiva…), ora anche il termine cibernetica è passato di moda però arrivano  la neurobiologia delle relazioni e i neuroni specchio (il dessert: macedonia con neuroni spicchio?)
   
   Ad inventare mode e sviluppare linguaggi esoterici noi terapeuti relazionali  siamo sempre stati anche troppo bravi, al punto di vivere in una allegra anarchia in cui  tante scuole e sottoscuole parlano idiomi e dialetti non sempre reciprocamente del tutto comprensibili ; se abbiamo peccato, non è stato nel senso di una volgarizzazione e perdita di specificità all’ americana, ma in quello della chiusura e, peggio, della scelta della instabilità delle idee  per sfuggire alla banalizzazione.   Sarebbe opportuno però che alla fine qualcosa restasse di questo succedersi di periodi in cui parole come epistemologia, o pragmatica, o comunicazione o narrazione hanno riempito i nostri menù…in modo che chi cerca un ristorante o una scuola di cucina familiare-sistemico-relazionale sia più garantito e chi fornisce il servizio più riconosciuto e citato nelle guide gastronomiche: direbbero Berger e Luckmann, in modo che il tipo di lavoro che facciamo sia più inserito nella realtà quotidiana.
   Come sappiamo, la realtà sociale e individuale della vita quotidiana è riaffermata costantemente attraverso l’ interazione con gli altri:  la conversazione è lo strumento che preserva la realtà, indebolendo o eliminandone alcuni aspetti, dando apparente consistenza e stabilità ad altri.
-          Ciao cara, vado al lavoro, ci vediamo stasera
-          Bene, tesoro, prendi il caffè e non dimenticarti la borsa.
Questa conversazione banalissima conferma che c’è al mondo una scansione condivisa del tempo, un qui ed un altrove, un ruolo in casa ed uno nel mondo, qualcuno che si preoccupa per il tuo benessere e sul cui affetto si può contare e che, mica poco, ti garantisce di rivederti la sera …E’ possibile trovare molti altri elementi in questo breve interscambio che ci conferma la continuità e prevedibilità del mondo e la nostra stessa identità: una storia condivisa che ci consente di sopravvivere dando per scontato che non ci saranno terremoti, che sappiamo dove saremo e con chi stasera, che nella vita abbiamo un senso e degli affetti garantiti…
-          Ciao cara, vado al lavoro, ci vediamo stasera
-          Bene, tesoro, prendi il caffè e non dimenticarti la mitragliatrice.
Quest’ ultima parola  dà a molti di noi un improvviso senso di vertigine e un malessere allo stomaco: si può pensare ad un errore di stampa e rileggere la frase, tanto si esce improvvisamente e bruscamente da una realtà quotidiana banale rassicurante. Poi iniziamo a cercare alternative di senso che riportino il mondo sotto controllo, frugando nei sottomondi sociologici, altre realtà condivise ma estranee alla coscienza immediata: sarà un soldato in Iraq? O un poliziotto? O qualcuno che deve portare un regalo a un bambino? O si tratta di un invito metaforico ad essere più aggressivi a qualche incontro importante? Andiamo a frugare in quello che abbiamo letto sul giornale, visto alla TV, sentito dire da un conoscente, conservato tra i ricordi di scuola, con impegno, finché non siamo soddisfatti di aver restituito un senso al mondo, che ci piace pensare solido, duro, controllabile, mentre basta il cambiamento di una parola a rivelarcene l’ instabilità e l’ imprevedibilità.
Le storie che ci portano i nostri pazienti, individui e famiglie, sono storie quotidiane banali condivise socialmente e confermate attraverso la conversazione corrente, noncurante, dalle figure significative: i racconti con cui si presentano sembrano fatti per scoraggiare noi terapeuti. “Da quando era piccino…” “Mi ha visto il prof. Granprestigio che mi ha diagnosticato…” “Sono sintomi incontrollabili…”.
    E’ possibile per un terapeuta confermare la realtà quotidiana che gli viene presentata, magari aiutando a sopportare alcuni aspetti insoddisfacenti, consolando e assistendo; può anche portare dei cambiamenti ampliando una realtà troppo restrittivamente banale; in alcuni casi si contribuisce perfino a mutare radicalmente la realtà soggettiva, con un processo di ristrutturazione che trasporta elementi di sottomondi sociologici alternativi nella realtà dominante.
   Ma anche i terapeuti hanno bisogno di una realtà dominante, condivisa dalla loro comunità, abbastanza solida da dare un senso di identità e di continuità, se vogliono affrontare senza esserne assorbiti le storie iperconfermate che vengono loro proposte; al tempo stesso, devono avere accesso abbastanza facile a sottomondi sociologici alternativi per valorizzare le specificità delle storie che si trovano davanti,senza riproporre in modo ripetitivo, noioso e rigido  interventi che finirebbero  nel ridicolo (vedi prof. Eisendrath!).
  Le nostre premesse condivise, quelle che strutturano la nostra realtà dominante di terapeuti, che trovano continue conferme nella conversazione banale con i nostri colleghi e che tentiamo di passare ai nostri clienti individuali e familiari (Bertrando , Defilippi 2005), non riguardano l’aspetto familiare e non necessariamente quello sistemico, ma sempre quello relazionale, interpretato in un contesto di realismo; sono le relazioni reali,seppur magari conseguenti a modalità relazionali introiettate da tempo, il nostro ingrediente di base.
   Se poi vogliamo ricercare delle modalità di cottura tipiche, quella costruzionista sociale narrativa è la sola (Boscolo, 2008) che possa collegare livelli individuali,anche intrapsichici, e relazionali attraverso l’idea di una realtà comune creata convenzionalmente dagli esseri umani e confermata costantemente attraverso il linguaggio, fondata su elementi banali che danno stabilità e al tempo stesso suscettibile di improvvisi rivolgimenti attraverso la valorizzazione di alternative sempre presenti nei sottomondi sociologici.
   Relazioni e contesto sono quindi gli ingredienti  della nostra identità, la narrazione è la tecnica di cottura universale di noi terapeuti; utilizziamo poi altre sottotecniche speciali (strutturali, strategiche,  paradossali,delle domande circolari, delle sculture…) e una quantità enorme e variabile di strumenti di lavoro affascinanti,utili seppur alcuni sopravvalutati,come schiacciaagli, pelapatate ricurvi, set di lame scintillanti inserite in  scenografici  blocchi di tek… trovate pure voi i corrispondenti nel nostro presente e passato di terapeuti relazionali!

   Per quanto riguarda gli sviluppi futuri della nostra cucina psicoterapeutica, vi sono in questo momento grandi potenzialità e grandi rischi. Le prime sono aperte dallo sviluppo delle neuroscienze, che ha portato al concetto di una mente “relazionale” anche su base biologica; i neuroni specchio in fondo consentono di mettersi nelle scarpe degli altri e di vedersi dall'esterno, due attitudini molto psicoterapeutiche e ricollegabili ad un addestramento ad uscire dalle storie banali quotidiane, a cui corrisponderebbero percorsi sinaptici rigidi, per trovare alternative nei sottomondi sociologici grazie ad una attività neuronale autosservativa, autocritica e autocorrettiva. Ci vorrà ancora molto perché sia possibile seguire l’effetto di una parola, di un atteggiamento,di un intervento specifico sui processi neuronali di un altro essere umano; al momento le correlazioni psicologiche e biologiche sono certe ma generiche, tutt'altro che specificamente descrivibili in dettaglio.
    Quanto al rischio che vedo profilarsi, è la ricerca di una cucina fondata su ricette semplificate e ingredienti surgelati o precotti: sempre più giovani allievi chiedono indicazioni spicciole, tecnicuzze, per condurre la seduta, pressati da un mercato competitivo e angosciati dall'ansia di fare qualcosa che rassicuri loro e i pazienti che stanno facendo terapia…Mi capita di leggere tesine,  resoconti e articoli in cui il processo terapeutico viene ignorato, con una rinuncia al senso della storia presentata e alla sua ricostruzione, sostituito da un programma che prevede tre incontri di joining, tre di genogramma, quattro di sculture, tre di presentazione di fotografie… e così via finché si può. L’eccesso di pragmatismo e di attenzione sul sintomo e sul qui ed ora probabilmente non è stato estraneo all'esito deludente a cui sono andate incontro le terapie familiari negli U.S.A.; è possibile che ne veniamo contagiati anche in  Europa?
    In supervisione indiretta, una allieva promettente e aggiornata mi riferisce di una sua paziente anoressica da 15 anni, collegando l’esordio sintomatico all'inizio della tossicodipendenza del fratello; porta a sostegno  tre sedute di genogramma fotografico in cui ha ricostruito la storia della famiglia…poi emerge che 15 anni prima il padre se ne era andato di casa per mai più ricomparire e che i problemi della paziente e del fratello erano conseguenti a questo fatto!
   Se alla richiesta di mercato, sia per la terapia che per la formazione dei terapeuti,viene data una risposta tecnica banale rassicurante (faccio/insegno tecnica per esser sicuro che faccio terapia/formazione, me lo confermo e faccio confermare difendendo in modo condiviso una realtà dominante …) si perde il contatto la con specificità delle storie e  con i sottomondi sociologici dei clienti e degli allievi…e anche,alla fine, efficacia,finendo per assomigliare al dr. Eisendrath!
    Forse la psicoterapia è l’ultima attività magica, che alcuni di noi praticano usando se stessi e la parola per cambiare lo stato della realtà; ma anche se fosse più spesso un gioco illusionistico, una magia di seconda scelta, che non cambia la sostanza ma muta l’apparenza, i cui trucchi però sono meno faticosi da fare e da insegnare, c’è differenza anche nell'effetto dei giochi di prestigio…David Copperfield fa degli splendidi spettacoli, per i quali ha necessità di supermacchine, collaboratori, giochi di luce e attrezzature fantascientifiche,ma personalmente preferisco chi esegue un trucco in modo semplice, spontaneo, naturale, alla fine di una cena o di un discorso, con tre bicchieri e un po’ d’acqua,così….



Bibliografia

Berger P.L., Luckmann T., (1966),  The Social Construction of  Reality, Garden City, New York, Doubleday and Co.; ed. it. La realtà come costruzione sociale, Bologna, Il Mulino, 1969
Bertrando P., Defilippi O.M., (2005), “Terapia sistemica individuale: effetti di una tecnologia del sé”, Terapia Familiare, 78, pp. 29 – 52.
Casanova G., (1993), Il duello, Vimercate, Meravigli.
Fraenkel P., (2005), “Whatever Happened to Family Therapy?”, Psychotherapy Networker, 29, 3, pp.30 – 40
Manfrida G.M., (1995), “Teorie di giornata, terapie di annata: una critica alla superficialità delle mode in terapia familiare”, Terapia Familiare, 47, pp. 63 – 65
Manfrida G.M., (1998), La narrazione psicoterapeutica: invenzione, persuasione e tecniche retoriche in terapia relazionale”, Milano, F. Angeli
Mosconi A., Peruzzi P., (2008), “Psicoterapia individuale sistemica: intervista a L. Boscolo”, Connessioni, 20, pp. 11 – 26
Moscovici S., (1988), “Le rappresentazioni sociali”, in Ugazio V., a cura di “La costruzione della conoscenza”, Milano, F. Angeli
Simon R., (2005), “From the editor”, Psychotherapy Networker, 29, 3, pp. 2


Relazione per convegno S.I.P.P.R.,  Montegrotto Terme,  Ottobre 2008