mercoledì 4 settembre 2019

Dare alle idee una possibilità Alcuni spunti di riflessione per la creazione e la stesura di un buon progetto

a cura di Valentina Albertini, psicologa psicoterapeuta.


Per la seconda prova dell'esame di Stato, per l'avvio e a volte anche per il mantenimento della professione, conoscere le teorie e le tecniche di progettazione per uno psicologo è fondamentale. 

Lavorare nelle scuole, cercare fondi per dare gambe ad un'idea, fare una ricerca: tutti queste attività professionali necessitano di alcune competenze basilari di project management che gli psicologi devono acquisire se desiderano diventare competenti e competitivi nel mercato. Eppure nella nostra professione l'approccio alla progettazione è ancora oggi abbastanza naïve, e mancano nei curricula di molti psicologi queste competenze essenziali. 

Scrivere un progetto non significa infatti raccontare in forma narrativa l'idea che abbiamo avuto o cosa si farà, ma dimostrare attraverso degli step ben definiti che si è in grado di analizzare un contesto e i problemi ad esso connessi, di creare ipotesi di intervento, di attuarle attraverso metodi e tecniche specifiche e di valutarne l'andamento e i risultati. 

Per mettere su carta questo processo bisogna seguire delle regole. Il processo di progettazione è lungo, ma in generale gli step essenziali sono quelli di sottolineare: 

1. l'analisi del contesto e dei problemi 
2. gli obiettivi, generale e specifici 
3. Il target e gli stakeholder 
4. le azioni 
5. i tempi e i costi di realizzazione 
6. le valutazioni 

Per ciascuno di questi punti, ricorrono nel mondo psi alcuni errori e disattenzioni che nell'ambito di una seria valutazione renderanno i progetti non finanziabili. Ne elenco alcuni, sperando di dare spunti utili di riflessione. 

1. Saltare l'analisi dei bisogni. Spesso gli psicologi vengono chiamati a intervenire nei contesti e "prendono per buoni" i problemi che la conmittenza propone. Questo non approfondire in forma autonoma la domanda è un errore che può avere ripercussioni importanti sul lavoro: facendo un parallelo con la clinica, se un paziente in prima seduta vi dicesse "sono bipolare", dareste per buona la diagnosi o gli fareste un paio di domandine? Appunto. L'analisi dei bisogni è il punto centrale di un buon progetto: se fatta bene, garantirà sia una buona stesura, che una buona gestione delle azioni. Una buona analisi dei problemi e dei bisogni porta però via un sacco di tempo e di energie: è il motivo per cui gli addetti ai lavori specificano sempre che scrivere un progetto non significa riempire un formulario, ma è una attività che, temporalmente, inizia molto prima e finisce molto dopo la chiusura del bando.

2. Elencare innumerevoli obiettivi. Su questo secondo punto c'è da specificare una cosa banale, ma essenziale: ogni progetto ha un unico obiettivo generale, e più obiettivi specifici. Il numero degli obiettivi specifici dipende dai problemi che vengono sottolineati durante la fase 1 di analisi dei bisogni. Si vedono invece formulari compilati da professionisti che su questo punto centrale fanno molta (troppa) confusione. Gli obiettivi non sono i "desiderata", non sono i sogni da realizzare. Vi fidereste di un architetto che nella ristrutturazione del vostro appartamento prevedesse un giardino con giochi d'acqua, vivendo voi al terzo piano? L'obbiettivo generale di un progetto è sempre uno, e solo uno. È quello a cui il progetto tende, ma che non può raggiungere singolarmente. Nessun progetto da solo potrà "eliminare il problema del bullismo", ma in un lungo arco temporale, molti progetti insieme con questo stesso obiettivo potranno riuscirci. 

3. Credere che "più siamo meglio è". Occhio ai numeri: un progetto deve raggiungere un numero credibile di utenti. Si pensa erroneamente che un progetto otterrà una migliore valutazione se riuscirà a raggiungere un alto numero di utenti: questo non è sempre vero, anzi essere capaci di bilanciare costi e numero di persone raggiunte è un buon modo per dimostrare le proprie capacità. Mi è capitato di leggere progetti in cui colleghi dichiaravano che avrebbero raggiunto 2000 studenti in una scuola con un intervento sulla prevenzione all'uso di sostanze: non si può essere completamente efficaci in un progetto scolastico su 2000 persone. 

4. Inventarsi azioni ad "effetto". Un buon progetto non ha bisogno di essere "fantastico". Non c'è bisogno della "pensata" che fino a quel momento non ha mai avuto nessuno. Vero, a volte si leggono sui formulari azioni veramente innovative che danno gioia solo a pensarle, ma non vi viene comunque richiesto questo. Quindi, o vi esce um8 idea geniale, oppure meglio volare basso e stare sul classico: una peer education qui, un circle time lì... Chi scrive progetti deve dimostrare di essere un buon analizzatore e risolutore di problemi, non un ricercatore di innovazione a tutti i costi. Va tenuto in serio conto il fatto che ogni azione che viene proposta nel progetto deve essere saldamente ancorata ai problemi analizzati nel contesto. E, last but not least, andrà poi realizzata. Per davvero. 

5. Stare troppo bassi o troppo alti con il budget e con i tempi. Nei progetti, meglio dimostrare di saper spendere bene piuttosto che di saper spendere poco. La questione finanziaria di un progetto rappresenta per gli psicologi un aspetto abbastanza difficoltoso. Nella prova dell'EdS la parte economica non viene sempre richiesta, mentre è fondamentale saperla maneggiare per muoversi nel mondo professionale. Attenti agli psicologi pagati 1000 euro al giorno, ma attenti anche a quelli pagati 6 euro lordi l'ora. Se proprio non avete idea dei costi, cercate i massimali di riferimento dei progetti europei e non superateli mai. Idem per i tempi: soluzioni brevi non sono per forza soluzioni buone. Vi fidereste di un pilota di aerei che vi promette di portarvi in Australia in 5 ore? 

6. Mettere troppa "psi" anche dove non serve. Una buona valutazione rappresenta l'analisi dei bisogni del vostro progetto successivo. Nella teoria del project management vengono indicati tre tipi di valutazione: ex ante, in itinere, ex post.

La valutazione ex ante coincide con l'analisi dei problemi e permette di "mettere sul tavolo" tutti gli elementi, i dati, i limiti e le risorse utilizzabili per il progetto. La valutazione in itinere permette un monitoraggio serrato di tutte le attività, e garantisce una verifica del budget costante. La verifica ex post deve aiutarvi a capire cosa è andato bene e cosa no. E anche se siamo psicologi, NO, non potete mettere test diagnostici fra gli strumenti di valutazione (a meno che il vostro non sia un progetto specifico che ne so, sui Dsa o su argomenti clinici).

Non è necessario essere dei massimi esperti di progettazione per fare gli psicologi, ma avere minime competenze di progettazione è fondamentale. Per l'esame di Stato, certo. Ricordandoci però che l'EdS è una verifica di capacità professionali, quelle che dal giorno dopo vi serviranno per fare gli psicologi, fra le quali quelle di progettazione non possono assolutamente mancare.

venerdì 21 giugno 2019

Un nuovo stile di marketing in psicoterapia! Agenzia Marketing Lucrative Innovation Services

a cura di Gianmarco Manfrida, psichiatra psicoterapeuta, direttore del Centro Studi e Applicazione della Psicologia Relazionale di Prato 



E’ a te che ci rivolgiamo, psicoterapeuta professionista che svolgi un lavoro artigianale, a cottimo, dando tanto e ricavando poco dal tuo impegno mal riconosciuto!
Sei stanco di sentirti gli occhi rossi, il cervello rintronato dalle chiacchiere ripetitive dei pazienti, l’umore abbattuto dall’ ascolto di innumerevoli disgrazie umane? Non hai diritto anche tu a una vita più piacevole, meno stressante e anche più redditizia?
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Come?
L’ attività professionale che svolgi è condizionata da un vetusto modo di vedere la professione di psicoterapeuta come un lavoro a cottimo, pagato ad orario e non secondo qualità e quantità dei servizi offerti: un modello ottocentesco incomprensibilmente trasmessosi immutato fino ad oggi, superato ormai dalle nuove regole commerciali del mondo moderno, disprezzato dagli stessi clienti che ricorrono alle tue prestazioni. Occorre andare OLTRE la raccolta dei proventi in stile formichina, sei un professionista moderno fornitore di altissime prestazioni, diamine! Devi considerare te stesso una vera azienda e modificare tutto il sistema di fornitura e di pagamento dei servizi, applicando le più recenti tendenze scientifiche in campo economico, sviluppate nei paesi avanzati, ispirate al principio “Fai lavorare gli altri e falli pagare pure! Chi non fa da sé ne fa lavorare tre”.
Alcune proposte di modifica della tradizionale maniera di svolgere l’attività psicoterapeutica:
  • L’ accesso alla prestazione deve essere proposto a tariffa bassissima, popolare, democratico, aperto a tutti! Solo 40 euro per il Servizio Base! Per tale cifra si può stazionare fuori della porta e appena vi sarà posto libero essere imbarcati, errore, introdotti nello studio
  • E’ prevista la possibilità Priority Access di prenotare online un giorno specifico per l’appuntamento con un supplemento di 20 euro; con la formula Superpriority VIP anche un orario specifico secondo disponibilità per ulteriori 20 euro.
  • E’ disponibile l’opzione Seat Choice, con la quale, per 10 euro (20 se imbottita), si ha diritto ad una sedia di fronte alla poltrona dello psicoterapeuta per tutto il tempo della Sitting Session (termine più aggiornato del volgare e vecchio “seduta”, che implicava la fornitura automatica di tale servizio)
  • Il cliente può parlare per tutti i 40 minuti (5 sono lasciati al professionista per il Toilet Time) della sua Sitting Session; per ricevere non solo il benevolo ascolto ma anche l’impegno verbale personalizzato del terapeuta è previsto un supplemento di 40 euro.
  • In caso il cliente desiderasse usufruire dei servizi igienici dello studio, sarà sufficiente che introduca nella macchinetta sotto la maniglia dei medesimi monete per 5 euro; con 1 euro sarà possibile avere un foglietto di carta igienica, con 3 di carta assorbente per le mani e il viso. Tutto meccanizzato, alla segretaria basterà passare la sera a svuotare il deposito monete!
  • Tutte le opzioni precedenti sono raccolte nella speciale offerta Business Class, a soli 150 euro, inclusive di un Bicchier d’Acqua (servito in contenitore di plastica ecologica riciclata secondo la filosofia aziendale Ecology Kind) e Kleenex a volontà per sfoghi di pianto o raffreddori; è prevista anche, con la maggiorazione di euro 100, la pratica Tariffa Flex, che consente di spostare ad altra data il servizio pagato anticipatamente con Paypal o carta di credito (con maggiorazione del 30%) o direttamente in contanti alla segreteria: le spese di modifica verranno conteggiate in euro 20.
  • I clienti che daranno il consenso per la messa in onda televisiva o sui social delle loro Sessions avranno diritto ad uno sconto di 20 euro in considerazione della apprezzata disponibilità a condividere con altri la propria esperienza terapeutica. Eventuali diritti o compensi relativi a questa possibilità sono di spettanza esclusiva della Ditta fornitrice di servizi psicoterapeutici, che detiene il copyright per 99 anni.
Occasione straordinaria: il Royal Service, che consente con soli 350 euro di sedere nella poltrona di pelle girevole dello psicoterapeuta dietro il tavolo e di condurre la seduta a se stessi al posto suo. Questa esperienza empatica ed identificatoria, garanzia di progressi significativi ed esaudimento del desiderio di tanti pazienti frustrati in una spiacevole posizione di dipendenza, rappresenta il TOP della nostra offerta di servizi! Attenzione: per questo servizio, assai ricercato, è necessario iscriversi in una speciale Lista di Attesa.
Psicoterapia per il progresso.
In uno spirito civico e comunitario ispirato a principi di socialità e condivisione, per il giorno del compleanno, la festa della Mamma, del Papà, Natale, Pasqua, la Befana e il giorno del Gay Pride sarà praticato lo sconto speciale del 20% a tutti i festeggiati. Per i bambini che partecipassero alle sedute, sarà sempre disponibile gratuitamente un campione di caramelle offerto dalla ancora da premiare ditta Certakarie.

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martedì 11 giugno 2019

La doppia faccia della brava ragazza: commento al caso di Laura


A fine dicembre del 2018 è uscito il Vol.5 della rivista COSTRUTTIVISMI. Un numero interessante e pensato per attivare un confronto fra vari approcci psicoterapeutici a partire dalla sintesi della trascrizione di un primo colloquio. Il nostro direttore Gianmarco Manfrida è stato fra gli psicoterapeuti che hanno partecipato a questa bella iniziativa nell’offrire una esemplificazione del caso clinico presentato. Nello specifico il nostro direttore ha offerto una prospettiva relazionale sistemica.Una bella idea per stimolare il confronto e la riflessione sulla complessità che la psicoterapia ci offre, attraverso i suoi molteplici approcci e modi di lavorare con l’individuo.

Qui il link al numero della rivista, liberamente e gratuitamente scaricabile https://www.aippc.it/wp-content/uploads/2019/04/2018.pdf
A questo link è possibile visionare i singoli contributi che i vari autori hanno messo a disposizione https://www.aippc.it/2018-vol-5-n-1-2/
Riportiamo, direttamente dalla rivista, la sintesi della trascrizione del primo colloquio con Laura proposta dagli autori.

È chee... ehh... doopoo, ora sono quasi due anni che sto col mio fidanzato. Ee diciamo che non ho molta voglia dii fare l’amore, però è una cosa che, nel senso, io sono sempre stata così... Il mio problema è che dopo mi arrabbio tantissimo. Probabilmente non con lui però tipo con me stessa quando tipo ci prova. Gli tengo il muso, però questa è una cosa che ho notato che comunque ce l’avevo anche quando ero più piccina, cioè mi ricordo anche delle scene con i miei genitori, che se combinavo qualcosa, poi dopo mi arrabbiavo, perché, non lo so perché, perché mi dispiaceva comunque di averlo fatto. Cioè me la rifaccio con l’altra persona ee poi non so se questa cosa del mio fidanzato è legata magari a qualcosa che mi è successa quando ero piccina, perché c’era praticamente un ragazzo che viveva qualche portone più in là nella mia via, che aveva sette o otto anni più di me, questo ai tempi che io facevo le elementari, che praticamente veniva a casa mia con la scusa di cercare mio fratello, mio fratello non c’era, allora stava lì con me, ee praticamente va beh, mi diceva si gioca a babbo e mamma? Ee, insomma c’è stata un po’ questa cosa, anche che magari mi sentivo costretta a fare. Però non so, son tutte cose chee, ioo penso di ricollegarle a questo, però se poi penso che comunque anche quando ero piccina, c’avevo comunque questo carattere qui, questo modo di comportarmi, uhm, non so, probabilmente non è una cosa legata a quella, non lo so, non lo so proprio. Succedono queste cose, che comunque il mio comportamento fa star male sia me che lui. E lui c’ha tanta pazienza, proprio tanta. Io son stata fidanzata tipo tre volte, m’ha sempre fatto così questa cosa. Però per dire, con il primo ero piccolina, avevo quindici anni, ee, ora ce n’ho ventinove, ee, con lui ecco, non mi riusciva dirgli di no, stavo zitta, però poi era una cosa che faceva male a me; cioè, mi ritrovavo magari a piangere da sola, aa non rispondergli e non fargli vedere comunque che stavo male; ora invece, insomma, riesco a dire no. Son tranquillissima, non è chee, c’è qualcosa che mi dà fastidioo, è proprio quando so che deve succedere, che sta per succedere, mii, mi dà fastidio, cioè mii...

Ha pensato ora di fare una psicoterapia, perché?

E, allora, io, quando ero piccolina andavo già, da uno psicologo che mi ci portavano i miei genitori, però ecco, e mi portavano per quel fatto che mi era successo di questo ragazzo. L’hanno saputo perché io l’ho raccontato a una bambina in classe, la bambina l’ha detto alla mamma, e la mamma l’ha detto alla maestra, e la maestra l’ha detto alla mia mamma. Avevo, dieci anni. Mi hanno portato da questo psicologo, però, ecco, come mi entrava nell’argomento io non aprivo bocca, poi a distanza di anni la cosa che mi ha fatto venir qui è che... cioè che poi passo veramente, anche una settimana intera, che si sta nella stessa casa e che io tengo il muso.
Durante il rapporto riesce a trovare piacere, ad arrivare in fondo?
Sì, sì, sì, per quello noo, è proprio il, il prima di, di iniziare, cioè, boh, mi fa fatica, mi fa, non lo so. Quando lui inizia, eh, io non, eh, gli dico sempre di no, cioè, non, boh, non lo so perché. Eh lui mi dice, «fosse per me, se fosse una cosa di cui io non avessi bisogno, per me si potrebbe anche non fare», cioè, eh, però, ioo (sospiro) provo rabbia e dopo mi sento in colpa, per avergli detto di no. E quando gli dico di no... è no.

E quando invece è un no/sì?

Allora per dire, è successo due volte, l’ultima volta ieri, che, che comunque mi dispiaceva ehh, l’ho fatto, però, uhm è come se avesse fatto tutto da solo, perché, perché non avevo voglia eh, e poi però, per dire a metà mi scappa da piangere, e allora lui se n’è un pochino accorto, pff, e mi ha detto «stai piangendo?», «no, no», no, eh, e va beh, lui ha continuato, e però io, cioè son rimasta, cioè, però è una cosa che mi fa male.

Rispetto a iniziare una psicoterapia lei che cosa si aspetta?

Uhm, non lo so. No, proprio, eh... cioè, io, mi aspetto di smus... mi aspetto di, almeno smussare un pochino questa parte del carattere. Comunque mi arrabbio per, per cose che cioè, non dovrei perché, per esempio: ero piccolina, ma non so, avrò fatto le elementari, ora non mi ricordo quanti anni avevo, però, ero con la mia mamma a cercar funghi, eee, e la mamma era giù, accovacciata che prendeva funghi, ee io giocavo con questo bastoncino e gliel’ho battuto nella testa, non facendolo apposta ovviamente, e la mamma mi fa: «Laura, mi fai male!», e io, che ho fatto? mi sono arrabbiata e gli ho rotto tutti i funghi, cioè, perché? Questa è una cosa che mi ci rivedo anche ora, perché sono così. Quella volta ci sono rimasta male di avergli fatto male, cioè non gli avevo fatto male, però ci sono rimasta male e mi sono arrabbiata con lei, cioè mi dovevo sfogare questa cosa.

Quindi la rabbia, si scatena quando...?

Quando l’altra persona mi dice, mi fa notare che ho fatto magari una cosa negativa, una cosa che fa male all’altra persona, e io m’arrabbio. Poi dopo mi rendo conto e chiedo scusa, però chiedere scusa io tipo ho iniziato ora, prima io non chiedevo scusa mai. Ho iniziato ora con Sandro, il mio fidanzato. Prima, magari, lì per lì lo sentivo giusto, era una cosa che non mi rendevo nemmeno conto, cioè mi viene così, cioè non mi riesce trattenerla, e poi dopo mi rendo conto, però prima, anche se mi rendevo conto, rimanevo su quella linea lì. Ora mi rendo conto che, che, faccio questo perché mi sento in colpa, cioè, eh non lo so, è una cosa strana... e mi chiedo perché continuo a farlo. Vorrei almeno limitarmi, cioè, cercare di limitarlo un pochino, cioè che per me sarebbe anche tanto.

Tornando su una cosa che le avevo chiesto... Perché in questo momento? Lei convive, mi ha detto da due anni... e... questo problema si è presentato anche da prima della convivenza?



C’è stato un qualche cosa di particolare, che ora l’ha portata a pensare di chiedere un aiuto?

Ehh, sì, perché probabilmente il ragazzo che ci sto ora per me è più importante dii, di, boh, di, rispetto agli altri, gli altri rapporti che ho avuto, cioè, non son niente in confronto a quello che c’è con lui e quindi per me è una cosa importante, comunque, ee, cioè vivere serenamente ee, essere tranquilla io e far stare tranquillo lui, ee.

Ma mi chiedevo, visto che state insieme da diverso tempo. Perché ora e non, per esempio, un anno fa?

Eh, perché, perché ora, perché mi son ritrovata tante volte, eee, ehf, boh, a piangere, mi son ritrovata a piangere, a nascon..., cioè per non farlo vedere a lui, perché sennò magari lo facevo stare ancora più male, e però, no, non ce la posso far più, non ce la posso più fare; anche ieri, per dire ieri, ho pianto, ho pianto tutto il giorno, ho pianto dalla sera, la notte ho dormito, e poi la mattina ho ricominciato a piangere. L’altra sera siamo andati a cena e si è iniziato a parlare di questa cosa, dei bambini, ee lui diceva, «no, ma tee, non hai paura di avere un bambino?» No, assolutamente, cioè, io, zero. Se ne era già parlato di questa cosa, si era deciso di averlo, però magari, tra un po’ di tempo, quando si è sistemato tutto. Cioè poi magari le paure ti vengono però paure normali, insomma. E lui, a proposito del discorso mi diceva «ma te non hai paura? Ti immagini se poi, dopo quando arrivi a farlo dici, no, non lo voglio più, lo do in adozione». Io dicevo «no, non ho paura, beh se hai paura te, se si dovesse arrivare al punto che poi mi dici non lo voglio, eh, mi dispiacerebbe tantissimo, io il bambino lo terrei, se tu non lo vuoi mi dispiace, però... Quello che mi fa paura è che te, alla fine, sì, hai detto che un bambino lo vuoi, però, tutte le volte che ne parli, pensi alle cose negative. Non mi hai mai detto, “penso una cosa positiva all’idea di averlo...”» E lui mi ha detto «su questo hai ragione». E io ci son rimasta male, perché magari, boh, mi aspettavo un’altra risposta, mi aspettavo che mi dicesse «no, macché stati tranquilla, perché magari ora non è il momento, però...» e invece non mi son sentita... Insomma poi, magari, gli volevo parlare anche di questa cosa, però, sentirmi dire così mi ha bloccato e io, ora, non gliene parlerò mai.

Rispetto a questo suo problema nei confronti dei rapporti sessuali lui come si pone?

No, no, lui è, lui è, è pazien..., cioè è tranquillo. No, no, eh, mi ha sempre assecondato, mi ha sempre detto «non ti preoccupare», poi, è logico che arrivato a un certo punto, eh, tipo due settimane fa, m’ha chiesto «ma sono io il problema? Che c’è che non va? Ma ti piacerebbe farlo in un altro modo? Ti piacerebbe farlo in un altro posto?» però per me non è questo, cioè, non è che c’ho la fantasia di far... cioè, ecco lui mi ha chiesto queste cose qui, ee, basta, il massimo che ha fatto, ecco, poi, è parecchio paziente.

Ne avete parlato insieme dell’ipotesi della psicoterapia?

Ee sì, gli ho detto «eh, ho bisogno di andare», «macché! Tu stai a guardare queste cose?» Allora da lì ho iniziato a parlargli, ho detto «però, secondo me, ne avrei bisogno, perché boh, probabilmente questa mia cosa è anche legata al passato, però non lo so, perché anche quando ero piccina ero così» ee, e lui m’ha detto «l’importante è che tu non ti senta malata, perché cioè, nel senso, non ti devi sentire..», no, io non è che mi sento malata, però mi sento che c’ho un qualcosa che, devo cambiare, migliorare, devo, fare diversamente, perché non sto bene, in questo periodo io non sto bene, e allora niente. “

Di seguito riportiamo il commento di Gianmarco Manfrida, psichiatra, psicoterapeuta relazionale sistemico e direttore del Centro Studi e Applicazione della Psicologia Relazionale di Prato. Potete trovare il commento scaricabile al seguente link https://www.aippc.it/wp-content/uploads/2019/04/2018.01.049.053.pdf
Laura presenta un problema di approccio al sesso legato a un disturbo di personalità dipendente, per il quale si rilevano indici diagnostici sia nelle poche informazioni sulla storia personale e familiare sia nella relazione che stabilisce con il terapeuta. Fattori che hanno indotto la richiesta di terapia è il particolare momento del ciclo di vita che attraversa con il suo convivente, e le difficoltà che ne conseguono e potrebbero far interrompere la loro relazione. Vengono prospettate aree di possibile indagine e approfondimento nella storia personale di Laura ma anche nelle relazioni coi genitori, e difficoltà e occasioni di cambiamento che si possono profilare nel processo terapeutico. Inoltre, si potrebbe considerare la possibilità di far venire una volta anche Sandro - il compagno - a un incontro con lei dal terapeuta.

Qual è il problema presentato da Laura e, se il tuo approccio prevede questa differenziazione, quale la “domanda” posta al terapeuta?

Laura presenta un problema di approccio al sesso che mette in discussione in questo momento lo sviluppo del rapporto nella direzione di una famiglia; sottostante pare presente un disturbo di personalità dipendente con una scissione tra desiderio di essere compiacente per sentirsi amabile e accettata e rabbia a sentirsi comandata e controllata, anche nel sesso. Un tipo di disturbo di personalità che ha le radici in una modalità di attaccamento insicuro ambivalente, secondo i modelli della teoria dell’attaccamento. Nella prospettiva del Ciclo Vitale della Famiglia, Laura e Sandro si trovano in un momento di evoluzione verso le prime tappe di costituzione di una famiglia, congruo con l’età, il livello sociale e le risorse lavorative dei due. I lavori di Haley hanno introdotto un cambiamento significativo nel modo di considerare i movimenti di passaggio della famiglia da uno stadio all’altro. Secondo lui, infatti, tale passaggio non è affatto naturale, ma implica tutta una serie di compiti evolutivi che non sempre la famiglia riesce ad affrontare. Haley ritiene che lo stress familiare è più intenso nelle fasi di transizione da uno stadio all’altro del processo evolutivo della famiglia e ipotizza che i sintomi patologici compaiono più facilmente in occasione di interruzioni o distorsioni nell’evoluzione del ciclo di vita. Il problema sessuale interferisce assai con le possibilità e i desideri di sviluppo della relazione e viene identificato da Laura come il punto di emergenza e di occultamento di ogni altro dubbio e problema di attaccamento.

Quali ritieni che siano le aspettative di Laura rispetto alla psicoterapia? Riterresti opportuno favorire una ridefinizione di tali aspettative?

Come dice Laura, coerentemente con il suo aspetto di scissione di personalità dipendente, vorrebbe “smussare un pochino” quella parte di carattere per cui non solo non riesce ad acconsentire alle richieste altrui, ma poi sviluppa sensi di colpa (con probabili paure di abbandono) a cui reagisce con rabbia e aggressività che mantengono le distanze preservando una identità debole. Non può permettersi di affidarsi nel rapporto sessuale, anche se le sue disavventure non hanno lasciato segni nella capacità di provare piacere, ma sentendosi in difetto e quindi a rischio di non essere più amata e voluta si riprende le distanze che potrebbe perdere, difendendosi dal timore di accondiscendere. L’episodio a 10 anni l’ha vista accondiscendere, poi sentirsi in colpa, poi denunciare l’accaduto; è stato il momento in cui la scissione già presente si è collegata al sesso. Infatti, già prima nell’episodio dei funghi con la madre si vede come un atto di ribellione a cui segue un rimprovero suscita una reazione non di depressione ma di rabbia e di controparadossale affermazione della propria autonomia contro gli altri. Laura si difende dal rischio di essere fagocitata dagli altri attraverso i sensi di colpa, indotti da loro o sviluppati da lei stessa per timore dell’abbandono: una rabbia aggressiva controfobica. L‘atteggiamento del ragazzo che si dice “Purtroppo” non disponibile (“Eh lui mi dice, «fosse per me, se fosse una cosa di cui io non avessi bisogno, per me si potrebbe anche non fare»”) non rassicura Laura, anzi la fa sentire ancora meno voluta e la spinge a sentirsi in colpa, da cui poi la rabbia che le consente di dire spesso di no e di non fare marcia indietro. Non è quello che realmente vorrebbe ma è un modo di salvaguardare un briciolo di identità autonoma. Certamente la domanda di Laura va ridefinita, in modo da affrontare non soltanto l’emergenza sessuale del problema, ma il disturbo di personalità dipendente sottostante e la scissione che esso comporta tra aspetti di infantile ricerca di adozione e di rabbiosa protesta ribelle (Cancrini, 2017; Benjamin, 1999; 2004); tuttavia credo che la ridefinizione vada fatta non subito ma dopo alcune sedute che abbiano consentito di contenere il sintomo ansioso se non quello sessuale, di stabilire un rapporto capace di dare sicurezza a Laura, di raccogliere elementi della storia personale e del contesto attuale che rendano possibile una proposta di terapia plausibile ed accettabile. In un approccio narrativo costruzionista sociale, prima di costruire una nuova storia occorre decostruire quella vecchia, e questo implica un lavoro dettagliato sul passato, alla ricerca di elementi discrepanti dalla realtà banale presentata dal paziente e confermatagli dagli altri significativi. Segue poi la proposta di una nuova storia plausibile, convincente ed esteticamente valida (Manfrida, 2014).

Secondo il tuo modello, quali ipotesi iniziali puoi fare rispetto all’inquadramento professionale del caso e perché?

Ci sono poche notizie sulla composizione della famiglia e sui rapporti all’interno di questa, potrei ipotizzare che Laura sia una bambina trascurata nella crescita, forse a favore di qualche fratello maschio più gratificante per i genitori o di qualche sorella più brillante e apprezzata. Per questo non è riuscita a rifiutare l’offerta di complicità di un ragazzo più grande di lei, per questo unisce la rabbia al desiderio di sentirsi voluta. Della madre si sa solo che prima è oggetto di manifestazioni aggressive da parte di Laura bambina, poi che non protegge Laura ammettendo estranei in casa mentre è sola; di fronte al racconto dei giochi sessuali con il ragazzo più grande infine delega la gestione del problema alla psicologa, senza rassicurare direttamente Laura sul fatto che quanto accaduto non mette in discussione la sua posizione in famiglia né la rende una figlia cattiva. Questo atteggiamento di scarsa tutela e protezione, che già dava luogo in Laura a vissuti di esser trascurata e conseguentemente a una scissione tra sensi di colpa e aggressività, culmina con l’occasione dell’abuso e genera una forte rabbia negata di Laura nei confronti dei familiari. Penserei quindi a un disturbo d’ansia con aggressività reattiva strutturato su un disturbo di personalità dipendente, nel quale sensi di colpa, tentativi seduttivi e ricerche di adozione si alternano con atteggiamenti aggressivi e sfoghi rabbiosi. Probabilmente l’idea di avere un figlio, che non suscita in Sandro eccessivo entusiasmo, rende ora necessario un miglior controllo del comportamento per non incrinare la relazione; questo ha reso Laura più cosciente delle sue reazioni emotive e l’ha costretta a imparare a chiedere scusa per non correre il rischio di una rottura del rapporto, reagendo ai sensi di colpa attraverso una ricerca di conferma adottiva invece che con esplosioni di rabbia e “musi”. Prova ne è il discorso sul volere figli: “Hai detto che un bambino lo vuoi, però, tutte le volte che ne parli, pensi alle cose negative. Non mi hai mai detto, “penso una cosa positiva all’idea di averlo...” E lui mi ha detto «su questo hai ragione».

Come immagini che la paziente possa porsi nella relazione terapeutica, quale tipo di relazione pensi sia auspicabile cercare di costruire e quali difficoltà potrebbero insorgere?

È probabile che vi sia un tentativo seduttivo di ricerca di adozione, con atteggiamenti infantili già evidenti nel modo di parlare nella prima seduta, stando alla trascrizione: a ogni parola sembra che Laura si ponga il dubbio di dire la cosa giusta per compiacere lo psicoterapeuta (esita, bamboleggia, si esprime in modo infantile). Si presenta sempre come vittima o come potenziale bomba esplosiva, secondo gli estremi della sua scissione di personalità. È facile prevedere che anche verso il terapeuta, se questi cercherà di indirizzarla troppo apertamente o in modo troppo direttivo, manifesterà rabbia oppositiva, metterà il muso, manterrà una paralisi operativa. Come nel rapporto sessuale, occasione minacciosa di essere dominata e posseduta da altri, potrà vedere negli interventi del terapeuta un potenziale controllo, a cui seguirà senso di colpa per non collaborare abbastanza in terapia e infine rabbia per sentirsi più che mai posseduta da altri. Occorre non avere troppa fretta, raccogliere molte informazioni di contesto senza esprimere giudizi e se mai assolvendola dai sensi di colpa per i vissuti aggressivi, cercare di valorizzare le cose positive eventualmente fatte da Laura, confermare gli elementi che possono potenziare la sua bassa autostima senza però passarle il messaggio diretto che è perfettamente adeguata a stare in piedi da sola, che la farebbe sentire abbandonata dal terapeuta e a rischio di essere mollata da tutti.

Quali contenuti ti proporresti di approfondire negli incontri immediatamente successivi al primo colloquio?

Mancano informazioni che consentano di valutare il grado di autonomia personale di Laura, scopriamo che ha 29 anni ma non si sa se lavora, se ha una autonomia economica, che studi ha fatto, se ha amiche, come è composta la sua famiglia, se convive col ragazzo e con i suoi o da sola, di chi è la casa (in affitto, di proprietà, sua, dei suoi, del ragazzo, della famiglia di questi…) e se è collocata accanto a una delle famiglie di origine, che rapporti ha con il padre e la madre, quali sono i rapporti con la famiglia del ragazzo, se ci sono nella sua storia delle realizzazioni o degli episodi di cui è fiera oltre a quelli di cui si vergogna. Manca un’immagine fisica di Laura. Potrebbe essere sovrappeso, cercando di colmare le sue carenze affettive con i dolci; potrebbe avere un atteggiamento seduttivo un po' infantile, inadeguato per la sua età; potrebbe al contrario aver trovato sicurezza nel luogo di lavoro e presentarsi vestita in modo adeguato alla sua attività. Potrebbe essere interessante sapere qualcosa dei suoi precedenti fidanzamenti. Come si sono chiusi? Per iniziativa di chi? Potrebbero aver incrementato le sue paure di abbandono…e la sua rabbia difensiva di fronte alla paura di soffrire per gli abbandoni.

Su quali aspetti ritieni sarebbe necessario lavorare durante il processo terapeutico e come pensi che questo potrebbe svilupparsi nel corso del tempo? 

Sarebbe necessario lavorare prima di tutto sui sensi di colpa e sulla rabbia, capace di pregiudicare le relazioni affettive e i rapporti sociali; poi, quando si fossero ottenuti miglioramenti su questi piani, si potrebbe proporre un lavoro sulla personalità, di cui la stessa Laura implicitamente sente di avere bisogno “io non è che mi sento malata, però mi sento che c’ho un qualcosa che, devo cambiare, migliorare, devo, fare diversamente, perché non sto bene” ma che adesso difficilmente sarebbe in condizioni di sostenere per eccessiva fragilità e per la presenza di un problema di evoluzione di rapporto verso la famiglia più immediato. Il successo in un lavoro seppur parziale sul sintomo ansiogeno indotto da sensi di colpa e rabbia potrebbe consentire in qualche mese di sviluppare un rapporto con il terapeuta capace di sostenere poi un lavoro più approfondito sulla personalità. Naturalmente sarebbe indispensabile ricondurre tutte le reazioni di ricerca di adozione dal terapeuta o di rabbia elusiva verso il medesimo al significato relazionale di dipendenza-fuga tipico del disturbo di personalità dipendente (Ugazio, 2012). Riconoscendo queste modalità relazionali nel rapporto terapeutico Laura potrà poi arrivare a ricomporre, almeno in gran parte, la scissione che si porta dentro. Dopo i primi incontri, potrei considerare la possibilità di proporre a Laura di venire qualche volta con Sandro, perché lei ha dichiarato un tabù sull’argomento figli, indotto dal timore che il compagno possa non solo rifiutarli ma mollare anche lei per non averne: “Insomma poi, magari, gli volevo parlare anche di questa cosa, però, sentirmi dire così mi ha bloccato e io, ora, non gliene parlerò mai”. È evidente che l’argomento è difficile da evitare e che è strettamente in rapporto al tema dei rapporti sessuali, quindi potenzialmente fonte di altri contrasti, musi e rifiuti se non viene affrontato congiuntamente. Non proporrei immediatamente una terapia di coppia, ma vedendo Sandro e Laura insieme una volta o due dopo che si fosse stabilizzato il rapporto con Laura potrei aiutarli ad affrontare la questione e, se si trovano in difficoltà, indirizzarli da qualcuno per una terapia di coppia, affiancata al lavoro sulla personalità con Laura.”


Riferimenti bibliografici:

Benjamin, L. S. (2004). Terapia ricostruttiva interpersonale. Promuovere il cambiamento in coloro che non reagiscono. Roma: Editrice LAS. 

Benjamin, L. S. (1999). Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità. Roma: Editrice LAS. 

Cancrini, L. (2017). Ascoltare i bambini. Psicoterapia delle infanzie negate. Milano: Raffaello Cortina. 

Cirillo, S., Selvini, M., Sorrentino, A. M. (2016). Entrare in terapia. Le sette porte della terapia sistemica. Milano: Raffaello Cortina. 

Haley, J. (1963). Strategies of psychotherapy. New York: Grune & Stratton. (trad. it. Le strategie della psicoterapia. Sansoni: Firenze, 1977) 

Manfrida, G. (2014). La narrazione psicoterapeutica. Invenzione, persuasione e tecniche retoriche in terapia relazionale (3a ed.). Milano: FrancoAngeli. 

Ugazio, V. (2012). Storie permesse, storie proibite. Polarità semantiche familiari e psicopatologie. Torino: Bollati Boringhieri